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Non guiderai la tua auto con un joystick

I cruscotti sono sempre più simili a computer e tablet, ma il volante resiste e non sparirà. Ecco perché

– Credits: Thinkstock by Getty Images

Ci stiamo convincendo che la nostra auto diventerà onnipotente. Potrà arrivare lontanissimo senza ingoiare nemmeno una goccia di benzina, ospitare e ridistribuire connessioni ad alta velocità per abbattere il digital divide, persino fare a meno di noi per guidarsi da sola. Lasciandoci, nel frattempo, la libertà di goderci un film, leggere un libro, oppure persino lavorare o improvvisare riunioni durante i trasbordi.

L’interno delle vetture sta subendo una profonda metamorfosi, migrando sempre più dalle ristrettezze dell’analogico (un bottone equivale a una funzione) verso la vastità del digitale, verso le praterie sensibili al tocco di tablet che regolano temperatura interna e sono i direttori d’orchestra dei sistemi d’intrattenimento, internet incluso. Le piccole barre dei tachimetri sono ora grossi numeri che ballano sui display. Persino la chiave è superflua: il motore si avvia in modi più fantasiosi.

Eppure c’è un elemento che resiste, che evolve, ma nella sostanza rimane identico: il volante. L’inconfondibile curiosa figura che ci permette di rimanere dritti su un percorso, svoltare, evitare gli ostacoli. Solo che, lo sappiamo, ne siamo convinti, non è l’unica soluzione possibile. Almeno in teoria. Siamo cresciuti con i simulatori di guida, abbiamo consumato le dita (non tutti, ma tanti) su Gran Turismo, Grand Theft Auto e un'altrettanto grande varietà di titoli di racing più o meno riusciti. Per imprimere una direzione, per non sbandare, può bastare un controller, con le sue piccole levette che all’occorrenza vibrano quando s'intercetta un ostacolo. Qualcuno ha ipotizzato comandi vocali, meglio ancora c’è il joystick, con la sua levetta che curva da una parte all’altra, s’inclina di più o di meno, reagisce a strappi e carezze.

Pensionare il volante, icona antica quanto l’automobilismo, rustico prima, raffinato e rifinito oggi, non è solo un esercizio pigro della fantasia, una corsa verso un inutile avanguardismo, ma un tentativo che ingegneri di grandi case hanno portato avanti quasi fino al debutto sul mercato. È successo negli anni Cinquanta, quando sull’onda dell’entusiasmo per le missioni nello spazio, l’industria ha pensato che un joystick fosse un salto possibile anche quaggiù nel regno della gravità. Ci provò Ford nel 1954 con la FX Atoms, ma rimase un prototipo. Ci riprovò Mercedes-Benz nel 1996, più di quarant’anni dopo, con il concept The F 200 Imagination (foto dell'interno con volante-joystick qui sotto), ma niente: non divenne realtà.

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La suggestione di scalzare il volante è viva, strizza l'occhio alla cloche degli aeroplani, ma non funziona semplicemente perché il contesto è diverso, completamente diverso: un conto è sterzare in mezzo all’aria, quando lo spazio di manovra è notevole e generoso, un altro è districarsi nel traffico, schivare le minime avversità, assecondare le variazioni di ampiezza della strada. Lo sanno ingegneri, progettisti, costruttori: il volante è l’unico sistema che garantisce un dialogo adeguato, degno, tra l’autista e le ruote. Che lascia intatte le minime sfumature: chiunque guida è consapevole che spostarsi a destra o a sinistra è molto più di scegliere una direzione. È una questione d’intensità. 

Va detto, esistono ottime versioni modificate di vetture tradizionali (alcune Kia, per esempio) che danno modo ai disabili di guidare con una levetta e una mano sola, ma in generale, come regola, il volante resiste a ogni ansia innovatrice dell’abitacolo, alla voglia di spazzar via tutto o almeno cambiarlo, renderlo più accattivante, più consono a un certo senso estetico moderno, più vicino al domani. Diventa un orgoglio, un testimone. Il simbolo di un’evidenza: le ottime idee non cedono alle minacce del tempo.

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