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Sono salito sull’ottovolante coi VR (e non volevo più scendere)

La mia esperienza su Thai VR, il roller-coaster di Mirabilandia basato sulla realtà virtuale

Lo ammetto. Non sono un fanatico dei roller-coaster, e no, non è questione di fifa. Il fatto è che alla lunga questo genere di attrazione mi annoia. Per quanto spericolati e adrenalinici che siano, gli ottovolanti mi ricordano un po' i film di Pieraccioni: visto uno, li hai visti tutti.

Eppure quando il parco di Mirabilandia mi ha proposto di fare un giro sul nuovissimo Thai VR ho accettato senza la benché minima esitazione. Per un motivo abbastanza semplice: questa non è una “giostra” come tutte le altre, ma il primo esempio italiano di coaster combinato con la realtà virtuale. Di cosa sto parlando? Di un modo diverso di vivere le montagne russe: con il corpo che fa una cosa e gli occhi che vedono tutt’altro. Di seguito proverò a spiegarmi meglio.

Davanti agli occhi un visore Samsung

La differenza fra un comune ottovolante e Thai VR sta tutta nel visore VR da  indossare per tutta la durata dell'esperienza. Nel caso specifico qui si tratta di inforcare un paio di Samsung VR, gli occhialoni per la realtà virtuale costruiti intorno ai dispositivi della famiglia Galaxy S. Così faccio. Il tempo di allacciare il visore alla testa (meglio tenerlo ben saldo per evitare di perderlo alla prima curva) e sono pronto a vivere i 120 secondi previsti dall’attrazione.

Questo sono io qualche secondo prima della partenza (tranquillo, no?)

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Due minuti di adrenalina pura

I primi 10 secondi sono di calma apparente. Sono a bordo di una jeep e ho davanti a me un tempio tailandese, immerso nella giungla. Sento di potercela fare, ma è pia illusione. Giusto il tempo di varcare il primo portone e vengo catapultato in uno scenario da inferno dantesco: muri che collassano, schizzi di lava, elefanti incazzati, ponti sospesi che sembrano sempre sul punto di crollare.

E infatti crollano.

Non faccio in tempo a scansarmi dalla mano di un gorilla per nulla simpatico che il mio mezzo finisce nel vuoto: saranno sì e no un secondo, forse due, di caduta libera, ma mi sembrano un’eternità.

Mi tengo forte a qualcosa, forse è un pezzo del sedile di fronte, forse è la maglietta del mio vicino, non so, non posso vedere, o meglio i mei occhi stanno vedendo altro. Non faccio in tempo a scansarmi dalla mano di un gorilla per nulla simpatico che il mio mezzo finisce nel vuoto: saranno sì e no un secondo, forse due, di caduta libera, ma mi sembrano un’eternità. Per un attimo penso di voler scendere, vorrei urlare, probabilmente urlo, poi capisco che l’esperienza volge al termine, sento la jeep rallentare, e fermarsi. Game over (purtroppo).

Quando realtà virtuale significa esperienza aumentata

Scendo dal Thai VR e ci metto almeno mezzo minuto per riprendermi. Giusto il tempo di realizzare che gli scimpanzé sono svaniti e con essi anche i ponti sospesi. Volgo lo sguardo oltre la banchina per vedere - senza visore - quello che ho appena fatto e mi rendo conto che ho davanti un roller coaster tutt’altro che irresistibile: qualche saliscendi, ma nulla di eclatante.

Allego immagine dell'attrazione al netto della realtà virtuale.

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– Credits: Mirabilandia

Così quando mi viene incontro Bernard Giampaolo, direttore generale di Mirabilandia, gli chiedo subito se l’attrazione reale sia davvero quel semplice ottovolante che ho lì davanti. "Sì", conferma il responsabile, "il bello della realtà virtuale è proprio questo: rende elettrizzante un’esperienza che altrimenti sarebbe più modesta".

Detta così verrebbe quasi da pensare che nel giro di pochi anni tutte le attrazioni saranno basate sulla VR. Ma Giampaolo è di tutt’altro avviso: “No, non credo finirà così. La realtà virtuale è qualcosa che può completare l’offerta di un parco, ma deve essere proposta a dosi contenute. Non vogliamo che i nostri visitatori passino un’intera giornata con un casco in testa”.

Buona la prima (ma la seconda sarà pure meglio)

Di sicuro c'è da credere che il modello abbia ancora buoni margini di miglioramento. Anche sul piano tecnologico. La risoluzione non è altissima e fa perdere un po’ di realismo, quanto al motion sickness - quella sensazione un po’ nauseabonda che si prova indossando un visore VR che non è coordinato con i movimenti del corpo - l’impressione è che manchi ancora qualcosa per arrivare alla perfezione. Non è un caso che buona parte degli sforzi si stia concentrando proprio in quella direzione: "C'è un dispositivo a bordo di ogni carrello, collegato via bluetooth al telefono, che assicura la sincronia fra virtuale e reale, ovvero fra ciò che percepisce il cervello e le sensazioni fisiche reali", ci spiega il direttore di Mirabilandia. "Ogni mattina, poi, i nostri tecnici si preoccupano di calibrare i VR sul percorso, vogliamo che tutto sia sincronizzato al centesimo di secondo".

La realtà virtuale è qualcosa che può completare l’offerta di un parco, ma deve essere proposta a dosi contenute. Non vogliamo che i nostri visitatori passino un’intera giornata con un casco in testa

C’è poi il discorso dei contenuti. La presenza di un dispositivo integrato nel visore consente di fatto di poter disporre di un numero pressoché infinito di esperienze che possono essere combinate con l’attrazione fisica. Oggi c’è solo il viaggio nel tempio thailandese, ma domani potremo forse scegliere fra una pletora di esperienze diverse.

Ma per essere il primo esperimento di realtà virtuale in Italia c’è da essere comunque soddisfatti. Le montagne russe combinate con la VR sono - già ora - un’esperienza coinvolgente, diversa, in grado di aumentare l’imprevedibilità di un’attrazione tutto sommato sempre uguale a sé stessa. Sì perché avere un visore davanti agli occhi significa prima di tutto non sapere cosa avverrà dopo. E questo fa tutta la differenza del mondo.

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