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Matrimoni gay: da Apple a Google il plauso del mondo hi-tech

Ecco le reazioni (positive) della Silicon Valley alla storica decisione della Corte Suprema di Washington

Ecco come appare oggi la barra delle ricerche di Google digitando le parole “gay”, “lesbian”, “transgender” o “bisexual”

Sarà perché vivono e operano negli Stati Uniti; sarà perché le grandi multinazionali hanno per loro stessa natura uno sguardo più attento verso il rispetto e la valorizzazione delle diversità; oppure sarà perché hi-tech fa rima con innovazione, cambiamento, modernità. Fatto sta che le aziende tecnologiche sono oggi fra le voci più calde e appassionate nell’accogliere la storica decisione della Corte Suprema di Washington che di fatto spiana la strada ai matrimoni per le coppie gay negli Stati Uniti.

Da Apple a Google, da HP a Facebook, non c’è azienda del firmamento tecnologico che non abbia voluto esprimere il suo plauso alla decisione delle autorità americane di abrogare la DOMA, la legge federale che nel 1996 si è pronunciata sull’incostituzionalità dei matrimoni omosessuali, e la cosiddetta Proposition 8, ovvero il bando delle nozze gay approvato con un referendum in California nel 2008.

La reazione più diretta arriva da Apple, società da sempre schierata a favore dei diritti degli omosessuali che con altri grandi colossi del mondo digitale (fra cui Facebook, Twitter, Cisco, Intel e Qualcomm,) si è sempre prodigata per combattere preconcetti e leggi che si oppongono alla parità di trattamento fra coppie. "Apple sostiene con forza l'uguaglianza del matrimonio che considera come una questione di diritti civili. Per questo ci congratuliamo con la Corte Suprema per le sue decisioni di oggi", ha spiegato un portavoce di Apple in un comunicato pubblicato da AllThingsD.

Sulla stessa lunghezza d’onda HP che rivendica in un certo senso il suo ruolo di azienda pioniera nella difesa dei diritti della comunità di lavoratori LGBT: "HP ha più di 30 anni di collaborazione e partecipazione a manifestazioni dell'orgoglio gay, e lavora tutto l'anno per costruire e rafforzare il ruolo del brand come organizzazione che valorizza tutti i dipendenti, i clienti e le comunità", ha detto Michael Thacker, presidente della comunicazione globale di HP Pride Employee Resource Group. "La nostra sponsorizzazione al San Francisco Pride di quest'anno è un grande esempio di come HP si impegna per la diversità e per la creazione di un ambiente flessibile, inclusiva per tutti, dentro e fuori l'azienda."

Tenendo fede al suo ruolo di vetrina fotografica del mondo, Instagram ha invece pubblicato sul suo blog una galleria di immagini che celebrano la reazione della comunità gay (e non) alle sentenze di mercoledì.

Twitter, pur senza commentare direttamente le decisioni della Corte Suprema, si conferma ancora una volta uno straordinario amplificatore su temi di grande interesse pubblico. Lo dimostrano le svariate migliaia di Twitter che in queste ore stanno letteralmente intasando i server della piattaforma (e che vedono molti VIP di Hollywood - fra i quali anche Leonardo Di Caprio, Ellen Page e Mia Farrow – in prima fila) ma anche gli investimenti delle grandi aziende (è il caso di MasterCard e ABC) che hanno deciso di utilizzare l’hashtag #gaymarriage per promuovere campagne promozionali più o meno legate al tema dei diritti delle coppie gay.

Anche Facebook ha declinato qualsiasi commento diretto in merito a quanto accaduto a Washington ma a inizio settimana ha voluto sottolineare – in maniera quasi ben augurale – il ruolo sempre più centrale e riconosciuto della comunità gay all’interno della società americana: "Il 70% dei circa 200 milioni di utenti di Facebook degli Stati Uniti", ha spiegato un portavoce di Menlo Park, "ha almeno un amico gay sul social network". Da segnalare, poi, il commento di Mark Zuckerberg che dalle pagine della sua Timeline si è così espresso: "Sono orgoglioso del fatto che il nostro paese si stia muovendo nella giusta direzione e sono felice per molti dei miei amici e delle loro famiglie"

Ma la palma dell’originalità spetta senza dubbio a Google: chiunque oggi abbia provato a digitare sul motore della grande G le parole “gay”, “lesbian”, “transgender” o “bisexual” ha visto colorarsi con tutti i colori dell’arcobaleno la barra di ricerca.

 
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