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Internet

Vi insegno un'altra lingua. Gratis

Intervista esclusiva a Luis von Ahn, l'inventore del sistema Captcha e il creatore di Duolingo, il programma per apprendere inglese e francese a costo zero

Nel 2000, appena ventunenne, Luis von Ahn ha inventato quel noioso, bizzarro meccanismo che obbliga a digitare caratteri sbilenchi per registrarsi a un sito web o inserire un post su un forum. Si chiama «Captcha» (riprende l’espressione inglese «Caught you!», «Ti ho beccato!») e ci identifica come esseri umani: un computer, infatti, non sa riconoscere lettere e numeri deformati. Il passaggio sbarra la strada ai sistemi automatici che violano gli account digitando password all’infinito finché non individuano quella giusta o pubblicano spam all’impazzata, intasando la rete di contenuti inutili. Se internet è un luogo più sicuro e meno invaso da tonnellate di spazzatura digitale, in parte è merito di questo modulo.

Compilarlo, però, rimane un’innegabile perdita di tempo: complessivamente circa 2 miliardi di secondi al giorno, stando ai calcoli dello stesso von Ahn, tono placido e occhi vivaci dietro lenti sorrette da una lieve montatura. Per rendere fruttuoso tutto quel digitare, ha perfezionato l’evoluzione della sua idea, «reCaptcha»: una combinazione di due parole. Una assolve la funzione originaria, l’altra proviene da un libro rovinato dal tempo, al punto che uno scanner non riesce a decodificarlo. Così, questo matematico emigrato negli Stati Uniti dal Guatemala ha reclutato l’umanità intera per il compito, lodevole, di digitalizzare testi antichi salvandoli dall’oblio. Un’intuizione apprezzata da Google, che nel 2009 ha acquisito il brevetto (per una cifra sconosciuta) e continua a usarlo ancora oggi.

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Luis von Ahn con Obama – Credits: Duolingo

«Mi ha sempre affascinato» racconta von Ahn in esclusiva a Panorama «l’idea di risolvere due problemi con una soluzione». Formula adottata anche da Duolingo, la sua ultima creatura con già 120 milioni di utenti nel mondo: un sito e un’applicazione che insegnano a chiunque un’altra lingua. Gratis. Perché quando bisogna tradurre un’espressione, lo stesso esercizio compare in contemporanea a centinaia di persone: una risposta molto ricorrente viene ritenuta accurata. Solo che la frase sotto esame non è scelta a caso, è tratta da un sito web che ha commissionato alla società il compito di tradurre le sue pagine. Tra i clienti figurano emittenti quali la Cnn e portali d’informazione come Buzzfeed.           

Grazie a numerosi finanziamenti milionari da vari fondi o da celebrità come l’attore Ashton Kutcher, Duolingo ha reso meno decisiva questa strada per la tenuta dei suoi conti e può offrire corsi completi. Secondo un calcolo pubblicato dal quotidiano britannico The Guardian, 34 ore spese sulla app equivalgono a un semestre di un corso universitario. Aperto a tutti, senza muoversi da casa, né spendere un centesimo.

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La sede di Duolingo a Pittsburgh – Credits: Duolingo

Perché la gratuità è un valore tanto cruciale per lei? 

Sono cresciuto in un Paese povero, dove meno della metà delle persone completa l’istruzione elementare. Conosco bene la differenza tra avere accesso all’educazione e non averla: sapere l’inglese, lì come altrove, significa un salario doppio.

Presto o tardi, Google Translator e meccanismi analoghi potrebbero rendere la fatica inutile.

Resterà sempre il filtro di un dispositivo e un programma, un minimo di ritardo, un difetto di accuratezza. Sono vent’anni che un software può leggere pagine intere al nostro posto, non per questo abbiamo smesso di studiare.

Quali evoluzioni immagina nell’apprendimento di una nuova lingua?

Da un mese sto sperimentando i bot, computer con cui dialogare in chat. Piacciono a quel 75 per cento di principianti troppo ansiosi o a disagio per dialogare con utenti reali.

Ammetterà che non sono all’altezza di una persona.

Migliorano di continuo. Pensi a Siri, l’assistente vocale di Apple: all’inizio era abbastanza inutile, oggi capisce molte cose. Entro cinque anni suppongo che la differenza con un essere umano sarà minima.

Sembrano prove generali d’intelligenza artificiale. L’esito?

Saremo rimpiazzati, in ogni campo e attività. Il nostro cervello è un computer sofisticato, non c’è ragione per cui non possa essere simulato in pieno.

Finiremo per essere schiacciati da una tirannia di chip? Rischiamo di estinguerci? 

Noi non ci siamo sbarazzati delle scimmie. Coesistiamo. Piuttosto, penso che le macchine forniranno cibo a sufficienza per tutti. Sarà come tornare nell’antica Grecia: magari ci dedicheremo all’ozio, allo sport, alla filosofia. Complicato sarà il passaggio intermedio.

Cosa teme?

Disoccupazione in crescita, esplosione della criminalità. I governi non si stanno attrezzando per tempo. Sono sempre 20 anni indietro rispetto alla realtà, dovrebbero iniziare a porsi il problema.

Restando con un piede nel futuro, quale importante merito si potrà attribuire alla tecnologia?

Un miliardo di adulti non sanno né leggere né scrivere, 15 milioni hanno già accesso a uno smartphone. E aumentano. Da questi dispositivi passerà la lotta all’analfabetismo. È un settore che vorrei esplorare.

A differenza di tanti suoi colleghi imprenditori, ha smesso quasi subito di inseguire la ricchezza. Come mai?

Per me il denaro non ha mai fatto troppa differenza. Per fortuna, sono arrivato presto al punto in cui potevo avere tutto ciò che volessi. Cose folli a parte, è chiaro. L’alternativa era fermarmi o accumulare molti soldi per finanziare direttamente quello che mi stava a cuore. Come ha fatto Bill Gates.

Un suo grande estimatore. Le ha chiesto di lavorare per lui, però ha rifiutato.

Non è stato facile, ma non ho rimpianti. Volevo fare il professore, proseguire per la mia strada. Ho agito così sin dall’inizio.

Da piccolo era un bambino prodigio?

A 12 anni ho inventato un sistema che generava energia elettrica dal movimento di tapis roulant e altri attrezzi nelle palestre, consentendo ai proprietari di venderla per ridurre o azzerare le tariffe d’ingresso. Ma non si è rivelata una buona idea.

Perché no?

Non avevo capito un’essenziale verità. Le palestre non guadagnano da chi le frequenta, ma da chi compra l’abbonamento e poi non ci va mai.

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