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Privacy digitale: il Garante dice di no al decreto antiterrorismo

Intercettazioni, dati telefonici, spionaggio: per Antonello Soro alcuni emendamenti alterano l’equilibrio tra diritti dei cittadini e sicurezza

Il decreto antiterrorismo è in vigore dallo scorso febbraio ma è negli ultimi giorni che la commissione sta attuando la conversione in legge delle misure contenute. Prima dell’arrivo alla Camera però alcune parti del testo sono state modificate con emendamenti non sempre migliorativi per i cittadini. Ed è proprio di stamattina la notizia che Matteo Renzi ha chiesto ed ottenuto lo stralcio dal ddl antiterrorismo del passaggio che consente di "frugare" nel computer dei cittadini. Un tema delicato e importante, spiegano fonti di Governo, che verrà affrontato in maniera più complessiva nel provvedimento sulle intercettazioni già in esame in Commissione.

I navigatori della rete e gli utenti mobili in generale presto potrebbero trovarsi all’interno di uno stato di sorveglianza ben più limitativo rispetto al passato.

Le critiche del Garante

A lanciare il monito è stato Antonello Soro, Garante italiano della privacy che ha espresso tutte le sue riserve per un decreto che in alcuni punti presenta più ombre che certezze. “Suscitano seria preoccupazione alcuni emendamenti al decreto legge antiterrorismo approvati in Commissione, che alterano il necessario equilibrio tra privacy e sicurezza” – sono le parole di Soro che ricorda come poco più di un anno fa la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si era espressa chiaramente contro alcune procedure considerate lesive della privacy digitale, tra cui la Data Retention, ovvero la conservazione dei dati di traffico telefonici da parte degli operatori per consentire su richiesta l’accesso delle forze dell’ordine.

La data retention: più potere agli operatori

Proprio sulla Data Retention si basa la prima critica mossa dal Garante: “L'emendamento che porta a 2 anni il termine di conservazione dei dati di traffico telematico e delle chiamate senza risposta - ora è di 1 anno per il primo e 1 mese per il secondo - va nel senso esattamente opposto a quello indicato dalla Corte di giustizia europea che l'8 aprile del 2014 aveva dichiarato invalida la precedente direttiva”. Ora invece l’Italia fa due passi indietro annullando la decisione dell’UE che “in quella sede aveva ribadito la centralità del principio di stretta proporzionalità tra privacy e sicurezza; proporzionalità che esige un'adeguata differenziazione in base al tipo di reato, alle esigenze investigative, al tipo di dato e del mezzo di comunicazione utilizzato”.

Intercettazioni online: tutti accusati

Insomma siamo alle solite: per colpa di qualcuno si alza la presunzione che tutti possano agire ai danni della società e per questo si allungano i termini di conservazione del traffico telefonico di tutti i cittadini e la cerchia delle persone da spiare. In che modo? È sempre Soro ad evidenziarlo: “Perplessità suscita anche l'emendamento che ammette le intercettazioni preventive - avviate dall'autorità di pubblica sicurezza nei confronti dei presunti sospettati - per i reati genericamente commessi on-line o comunque con strumenti informatici. Anche in tal caso l'equilibrio tra protezione dei dati e le esigenze investigative sembra sbilanciato verso queste ultime, che probabilmente non vengono neppure realmente garantite da strumenti privi della necessaria selettività”.

La via da seguire

Il Garante spiega senza mezzi termini che non tutto ciò che viaggia in Rete è passibile di monitoraggio e analisi. In quest’ottica ben vengano, ed è lo stesso Soro ad ammetterlo, procedure che mirano a far chiudere siti fomentatori di odio entro 48 ore da un ordine delle autorità o la cancellazione di post e messaggi molesti da piattaforme che li ospitano (come Facebook, Twitter, forum, blog e così via). Se non si segue una precisa linea di intervento c'è il rischio di creare uno stato di sorveglianza supportato dalla legge, un sistema che i politici europei dicevano di voler evitare quando seppero delle intercettazioni indiscriminate ai danni della Merkel e di tanti alleati degli USA. Da Renzi ad Obama, la voglia di stringere la morsa sul web sembra essere la stessa.

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