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PRISM e privacy non ci interessano, in rete siamo tutti esibizionisti

Gli stati spioni sembrano un problema solo per addetti ai lavori e militanti. Gli altri continuano a "condividere" spontaneamente informazioni personali. E tra gli psicologi, già si parla di epidemia narcisistica sul Web

Lindsay Mills

Due immagini tratte dal blog di Lindsay Mills – Credits: Lindsay Mills

Una foto la ritrae di schiena, con un borsalino calcato sulla fronte e addosso solo un paio di mutandine nere che le mettono in risalto  il profilo del fondoschiena. In un’altra è ritratta di fronte, ancora una volta indossa solo un paio di mutandine e tiene due cupcakes (con tanto di candelina accesa) a coprire i seni nudi. Potrebbe essere uno dei tanti casi di esibizionismo che tappezzano il Web 2.0, e invece è Lindsay Mills , una pole-dancer professionista che, tra le altre cose, è la ragazza di Edward Snowden , la talpa che ha mandato in crisi il Governo di Barack Obama e l’intero stato maggiore del web contemporaneo (Apple, Facebook, Google e Microsoft per citare qualche nome).

Ebbene? La ragazza di Snowden è molto più esibizionista del suo blindatissimo fidanzato. Quindi? Dove sta il problema?

Il problema è che ora che il caso PRISM è su tutti i giornali del globo, Lindsay Mills è diventata di riflesso una star involontaria, le immagini del suo blog sono state rese immortali dalla condivisione compulsiva dei curiosi, e la ragazza che amava mettersi in mostra in Rete ora lamenta l’eccessiva attenzione della stampa: “Non so più come fare a sentirmi normale [...] Il mio mondo si è di colpo aperto e subito richiuso. Mi sento persa e senza bussola... al momento mi sento molto sola.”

Insomma, sembra quasi che la Mills, abituata da tempo a tappezzare la Rete con le sue immagini, si sia resa conto solo dopo essere finita sui giornali di quanto le sue informazioni fossero alla mercè di chiunque. Il che risulta piuttosto simbolico, alla luce delle reazioni schizofreniche scaturite dal tombino scoperchiato da Snowden.

La scorsa settimana, quando lo scandalo PRISM è esploso nel mare magnum della Rete, creando onde anomale che si avvertono ancora oggi (una su tutte, la vendita di copie di 1984 di George Orwell è aumentata del 7000%) , una moltitudine di internauti ha storto il naso in un’allenata smorfia indignata, cogliendo l’occasione per prendersela con tutti quei servizi Web accusati di condividere sottobanco informazioni private con le autorità governative. Intendiamoci, l’indignazione in questo caso è sacrosanta, ma rischia di risultare un poco ridicola quando le persone che si battono il petto per chiedere maggiore privacy sono le stesse che tappezzano blog, social network e siti di photo-sharing con immagini, video, commenti e informazioni private, cercando la luce dei riflettori come falene nella notte.

Secondo una recente ricerca condotta da Pew Research gli adolescenti di età compresa tra i 12 e i 17 anni sono quelli che in genere sanno meglio gestire le impostazioni sulla privacy di Facebook, e ciò nonostante passano le giornate a mettersi in mostra, ossia a condividere in Rete ogni singolo frammento della propria esistenza.

I dati parlano chiaro, negli ultimi 6 anni gli utenti Facebook più giovani mostrano sempre meno interesse a blindare i propri dati personali, la stragrande maggioranza di loro posta foto personali, il 71% indica il nome della scuola che frequenta e l’indirizzo della casa in cui vive, il 53% fornisce pubblicamente il proprio indirizzo email e il 20% il proprio numero di cellulare. In tutto questo, solo il 9% degli intervistati si dichiara preoccupato dai rischi che internet pone alla privacy. Si potrebbe pensare che questo atteggiamento menfreghista e superficiale sia caratteristico delle nuove generazioni, ma non è esattamente così: uno studio del 2012 infatti rivela che anche tra gli utenti adulti, solo il 27% si dichiara preoccupato dalle nuove minacce alla privacy online.

Certo, corre una bella differenza tra condividere immagini e dati con noncuranza, e sapere che un governo è in grado di accedere a qualunque tuo dato senza bisogno di mandati e richieste formali. Ma è comunque curioso come buona parte di quelli che settimana scorsa si sono tanto indignati, privilegino il mettersi in mostra sui social network a un’attenta protezione dei dati personali.

C’è chi, come gli psicologi Jean M. Twnege e W. Keith Campbell, individuano in questo atteggiamento una vera e propria “epidemia narcisistica”, una tendenza che induce sempre più persone a utilizzare internet come una piazza personalizzata in cui mettersi costantemente in mostra, davanti al maggior numero di persone possibile.

In un certo senso, ci stiamo trasformando in una popolazione di narcisisti compulsivi e paranoici selettivi, attentissimi ad abbellire ogni singolo byte possa ricondurre alla nostra persona, ma sostanzialmente incuranti della portata di questa sovraesposizione, dell’effettiva accessibilità dei propri dati personali e di quanto sia difficile eliminare le proprie tracce a posteriori. Almeno finché qualcuno non scoperchia un tombino puzzolente come quello di PRISM.

Intendiamoci, non sono tra quelli che considerano PRISM una cosa di poco conto, uno scandalo gonfiato ad arte o un’esagerazione mediatica. Al netto però della questione PRISM, prima di mettersi in prima fila per chiedere maggiore tutela della privacy, molti utenti dovrebbero imparare a gestire la propria presenza in Rete, e magari, a leggere le condizioni d’uso dei servizi a cui affidano una parte così intima della propria vita. Di solito, infatti, basta leggere quelle poche righe per capire che nel Web 2.0, la privacy è qualcosa di molto vicino a una irrealizzabile chimera.

 
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