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Ecco perché Google odia il porno

Si erge a tutore morale del web per contrastare la pedofilia. Ma di fatto lede la libertà d'espressione online, senza scalfire il problema

(Aggiornamento del 27 Febbraio 2015: dopo aver ricevuto un'ondata di proteste, in particolare da parte di utenti che utilizzano Blogger da anni, Google ha deciso di fare marcia indietro e ritirare il bando sui contenuti erotici, promettendo di concentrare gli sforzi sull'individuazione e repressione delle derive illegali del porno sulla piattaforma) 

La notizia è arrivata in queste ore e non è di quelle per cui sorprendersi: Google ha aggiornato le Condizioni d’Uso del servizio Blogger, specificando che a partire da fine marzo sulla piattaforma non si potranno più condividere immagini o filmati considerabili come pornografici.

Questo significa che se hai una pagina Blogger e questa pagina contiene contenuti di questo tipo, il tuo blog verrà reso forzatamente privato (ossia accessibile solo agli amministratori e utenti specifici). Qualunque utente che invece creerà una pagina dopo il 23 marzo, dovrà evitare di postare immagini o filmati pornografici, pena la cancellazione del blog.

Google ci tiene a precisare che il bando non colpisce acriticamente qualunque raffigurazione di nudo: “Continueremo a consentire la pubblicazione di contenuti che offrono un sostanziale beneficio pubblico, in un contesto artistico, educativo, documentaristico o scientifico.”

Ed è qui che Google scivola sulla proverbiale buccia di banana. Se il suo intento era di mitigare quello che sembra un divieto categorico, in realtà così facendo Big G espone in modo inequivocabile il vero problema di questo approccio. Nello stesso momento in cui viene chiamata in causa l’arte, i documentari e l’educazione, diventa chiaro che il blocco dei contenuti pornografici avverrà (com’è inevitabile) in modo assolutamente arbitrario, palesandosi di fatto come una vera e propria censura.

Non è la prima volta che Google inciampa sulla pornografia. Lo scorso giugno aveva espunto le immagini pornografici dalle inserzioni di AdWords, prima ancora aveva bonificato il proprio parco app eliminando quelle più spinte, e tornando indietro negli anni si contano dozzine di esempi, come la decisione, nel 2010, di eliminare parole “scomode” (tra cui persino “escort”) dai risultati istantanei di Google Search.

Insomma, negli ultimi anni Google ha più volte dimostrato di preferire prestare ascolto alle associazioni e ai governi (come quello inglese) che chiedono una regolazione più rigida del porno online, piuttosto che ai sempre più agguerriti difensori della libertà di espressione in rete. Quello che non è chiaro è: perchè?

Dal momento che il 25% delle ricerche web hanno come oggetto dei contenuti pornografici, che interesse ha Google a mettere in ombra un prodotto tanto ricercato? Risposta: lo stesso che hanno gli altri colossi del web che, ancor prima di Google, hanno bonificato i propri steccati dai contenuti hard.

Il fatto è che le aziende hi-tech vengono sovente chiamate di fronte a un tribunale per rispondere dei contenuti ospitati dai servizi da loro offerti; e per quanto Google e Facebook possano sgolarsi rivendicando una sostanziale estraneità rispetto alle azioni dei loro utenti, la risposta delle corti di giustizia è quasi sempre la stessa: il contenuto è stato trovato nei vostri siti, la responsabilità è vostra.

Questo ha indotto Google a contrastare i portali di streaming e download, per non dover incorrere nella furia dei possessori di diritti d’autore; come lo ha indotto a tutelarsi da associazioni ed altri enti che potrebbero in futuro accusarlo di avere ospitato contenuti illegali e moralmente indifendibili. È il caso di ricordare che il 75% dei bambini americani al di sotto degli 8 anni di età ha un tablet o uno smartphone a portata di mano, il che allarga il ventaglio di rischi arrivando alla categoria “pedofilia online.”

Ma se tutti siamo d’accordo che la pedofilia online vada combattuta senza esclusione di colpi, la scelta di Google di mettere tutta l’erba pornografica nello stesso fascio ha rinfocolato una vecchia polemica. Come fa correttamente notare Javed Nawer su Indiatoday, Google non è più considerabile alla stregua di altri prodotti web; di fatto non è più un motore di ricerca, per moltissimi utenti è la porta d’ingresso per la Rete, e allo stesso tempo un ecosistema in cui l’utente è invitato a registrarsi e rimanere, con la promessa di aver accesso libero e facilitato a tutte le opportunità che il Web ha da offrire. A differenza della pedofilia, la pornografia non è illegale, è solo una delle tante dimensioni della realtà connessa, e non è certo nascondendola che si combattono le sue derive più degenerate.

Se Google ha scelto di ergersi a poliziotto morale della rete, in definitiva, non è perché odi il porno, o perché intenda combattere una battaglia, ma solamente per tutelarsi. Credere – come stanno facendo molte associazioni esultanti – che sottrarre al porno la luce dei riflettori di Big G possa servire a sradicare la pedofilia online è un pericoloso abbaglio. Non solo il problema rimane; potrebbe diventare anche più difficile individuarne i responsabili, che di fronte alla blindatura di Google saranno indotti sempre di più a scegliere le nicchie più nascoste del cosiddetto Dark Web.

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