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La crociata europea contro Netflix

Il colosso dello streaming sbarca in altri sei Paesi del Vecchio Continente. E ad attenderlo, come Uber, trova le barricate

Se andrà come con Uber, ne vedremo delle belle. Le analogie d’altronde non mancano: come la app americana che ha trasferito in una app il noleggio con conducente facendo infuriare e protestare i tassisti, così Netflix si prepara a sfidare nel Vecchio Continente un potere consolidato, arroccato su se stesso e gelosissimo dei suoi privilegi. Quello dei network televisivi e delle società di produzione, che temono la concorrenza del colosso dello streaming sempre più presente in Europa e deciso a riproporre da questa sponda dell’oceano il modello che lo ha fatto esplodere negli Usa: affiancare a un ampio catalogo di film e telefilm, titoli originali ed esclusivi.

Dopo lo sbarco avvenuto in Gran Bretagna e nei Paesi scandinavi, la creatura di Reed Hastings debutta questa settimana in Francia, Germania, Svizzera, Austria, Belgio e Lussemburgo. Sei mercati vitali che potrebbero invogliare, secondo gli analisti, da quattro a sei nuovi milioni di persone a dire sì a una società che, da rampante start-up, oggi ha un valore stimato intorno ai 29 miliardi di dollari e conta 50 milioni di sottoscrizioni, di cui 35 solo negli Usa. Mentre l’Italia sarebbe seriamente candidata a rientrare nella prossima tornata, stando almeno delle indiscrezioni che vedono la Telecom impegnata in trattative per diventare il principale partner dell’operazione di allargamento al nostro mercato.  

Parigi, nel frattempo, è già pronta a vivere lo «tsunami», per riprendere la definizione di Europe 1, uno dei principali network radiofonici d’Oltralpe. Oltre ai suoi marchi di fabbrica come la serie di intrighi politici «House of Cards» e la commedia tra le sbarre in salsa lesbo «Orange is the new black», davvero irresistibile, Netflix trasmetterà in esclusiva alcuni cartoni animati e produrrà «Marseille», otto puntate a cavallo tra intrighi e droga ambientate nella città portuale che come ispirazione hanno proprio il format con l’immenso Kevin Spacey.

Insomma, ce n’è abbastanza per scatenare ripetuti e prolungati mal di pancia. Dell’operatore di telefonia Orange, per esempio, che chiuderà i rubinetti del servizio sul suo equivalente della Apple Tv, una scatoletta molto popolare in Francia che porta lo streaming dei contenuti sui televisori. Non Netflix, però. Una mordacchia che non sarà estendibile a computer, tablet e smartphone (il principio di neutralità della rete ne uscirebbe del tutto compromesso), ma che è l’opposto di un segnale di benvenuto all’azienda californiana.

Un po’ ovunque si urla alla concorrenza sleale, in particolare sul piano fiscale, visto che come da copione seguito da altre multinazionali a stelle e strisce, la sede scelta da Netflix è Amsterdam. Il che significa non dover pagare le tasse sugli audiovisivi a cui invece gli operatori locali sono sottoposti. Una spesa in meno da sostenere, come minimo, che contribuisce a tenere bassissimo il prezzo dell’abbonamento al servizio, altro palese ingrediente del suo successo: costerà otto euro. Basta prendere un listino di una qualsiasi pay tv per accorgersi dell’abissale differenza. Non è un caso che in Germania gli operatori del via cavo abbiano già tagliato i listini e lo stesso sia avvenuto in Svizzera, accanto alla promessa di sfornare a ripetizione serie originali.

Difficile dar torto ai media francesi, dunque: Netflix il segno lo lascia eccome. Certo, se come sembra a beneficiarne saranno gli utenti finali, che si troveranno a scegliere tra più alternative, a pescare in un’offerta vasta a prezzi sgonfiati, allora ben vengano tsunami del genere.

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