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Mates, un giorno con i fenomeni di YouTube

Incontro con Giuseppe, Salvatore, Sascha e Stefano, che nonostante i milioni di fan continuano a puntare sulla semplicità

Centro di Milano, appartamento di un condominio signorile, un giorno qualunque d’estate: quattro ragazzi si agitano davanti a un tavolo, schiamazzano, giocano a indovinare i disegni altrui abbozzati alla meno peggio su un foglio di carta. Chi perde, paga una penitenza amara: deve ingurgitare un pugno di caramelle dal sapore disgustoso.

Finirebbe così, con un innocuo siparietto per ingannare il tempo tra ventenni, se non fosse che una telecamera ha registrato tutto. Che quel video andrà su YouTube, intrattenendo centinaia di migliaia di persone, adolescenti soprattutto ma non solo. Se non vari milioni, com’è avvenuto per parodie di canzoni celebri, rigori calciati da un terreno impregnato di sapone, lotte con costumi gonfiabili da sumo e altre trovate in bilico tra il comico e l’assurdo che, a quanto pare, ipnotizzano gli spettatori, scatenando valanghe di commenti e di «mi piace». È la sintesi, la sostanza, di un fenomeno a fatica decifrabile, ma oramai gigantesco: quello dei Mates, parola inglese che significa amici e suggella il rapporto tra Giuseppe, Salvatore, Sascha e Stefano, noti in rete come «Vegas», «SurrealPower», «Anima» e «St3pny», un quartetto di star under 30 del web diventati una squadra.

 

Eravamo quattro amici su YouTube

Ognuno mantiene vivo il suo canale, ne hanno un quinto in comune, sommati insieme superano la vertiginosa cifra di 8 milioni di iscritti a cui propongono un palinsesto in pillole della loro quotidianità: partite ai videogame, abbuffate al ristorante o, consolidata la fama e cresciuti i guadagni, viaggi corali fino in Giappone o a Los Angeles. Un’insolita traiettoria di successo raccontata nel libro «Veri amici» (144 pagine, 14,90 euro), pubblicato da Mondadori lo scorso ottobre e capace di totalizzare 150 mila copie, classificandosi quarto nella graduatoria annuale del 2016 tra i titoli non fiction.

Il volumetto ripercorre il primo incontro, al salone del fumetto «Comicon» di Napoli nel 2014, traccia la biografia dei singoli e del loro progressivo avvicinamento, svela dettagli personali inediti su paure d’infanzia, legami con i genitori, passioni, desideri. Una manna per sfamare l’incontenibile curiosità dei fan, che li coprono di regali, li fermano per strada o si sottopongono ad attese lunghe nove ore per un souvenir formato autografo o selfie. Con derive da divismo, trattamenti degni di una rockstar: i fedelissimi passano al microscopio i post dei loro idoli su Instagram (anche qui i follower sono milioni) per individuare un tatuaggio o scovare nel riflesso in uno specchio la traccia di una possibile misteriosa fidanzata. 

Il successo della semplicità

«Piacciamo perché siamo noi stessi e restiamo accessibili. Veniamo visti come fratelli maggiori» teorizza Giuseppe Greco, portavoce del gruppo, sguardo placido e modi da piccolo imprenditore, per tutti «papà», per rimanere nel terreno delle analogie familiari. «I nostri video» spiega «sono autentici: mostriamo i litigi, i momenti di noia e tristezza». Al punto che il loro record assoluto coincide con una piccola impresa di realismo mediatico: una maratona in diretta di 48 ore in streaming che ha sfiorato 10 milioni di visualizzazioni complessive. Un contenitore di colpi di sonno, piatti di pasta notturni, scenette improvvisate, spigolature di normalissima vita da universitari fuori sede. Non un Grande Fratello per teenager, però, almeno nelle intenzioni: «La spontaneità è il cardine, nessuno recita. La tv invece è finta, strutturata».

Pur non amandola, i Mates la bazzicano da due stagioni con «Social face», format di Sky («sempre secondo il nostro stile libero» precisano); hanno una linea di magliette (che indossano ed esibiscono regolarmente) e collaterali: portachiavi, bracciali, felpe, cappellini; vanno in tour con uno spettacolo, «Made in internet», in cui riproducono davanti a una platea, a pagamento, sfide, brani e scherzi assortiti nati sul web.

Da passione a professione

Se si aggiunge l’elenco degli sponsor che pagano per comparire nei loro video, si definiscono i confini di un hobby, YouTube, trasformatosi in business. I Mates, d’altronde, sono una Srl, una società a tutti gli effetti. «Direi una start-up» corregge veloce Greco: «Investiamo l’80 per cento dei nostri ricavi in attrezzature, viaggi ed esperienze per proporre contenuti migliori, pagare casa a Milano, toglierci qualche soddisfazione». Dall’affitto di una suite a Las Vegas a un appartamento con piscina a Ibiza. A guardarli da vicino, anche capi, orologi e accessori firmati, ma nulla di esagerato: «Non automobili di lusso, ecco» continua Greco. «Non siamo calciatori. Io giro in bicicletta». Di cifre precise, nonostante ripetute insistenze, impossibile parlarne: «Diciamo che siamo lontani, ben lontani, dal fatturato di un milione di euro. Spero ci arriveremo, comunque c’è molta meritocrazia nei nostri guadagni».

La vita nei video

Il riferimento è alla prassi del lavoro di youtuber: minimo tre ore e mezza, picchi di una settimana per girare e confezionare un singolo filmato. E i Mates, in totale, ne hanno pubblicati circa 8 mila. Ogni giorno bisogna pensare, registrare, montare. Inevitabile dunque che le trame sullo schermo invadano la privacy, trattino persino di storie d’amore interrotte e poi riprese: è il caso di Stefano, il più esuberante del gruppo, che ha raccolto tre milioni di spettatori, numeri da sabato sera televisivo, soltanto con i due video in cui ripercorre separazione e riappacificazione con la fidanzata storica Marina.

Leggerezza a parte, i ragazzi sfruttano la popolarità per far passare messaggi rilevanti: di recente, per esempio, sono stati impegnati in una campagna contro il cyber bullismo. E si dicono felici di aver formato un quartetto: «Da soli ci saremmo già rotti le palle» è fulmineo ma efficace Sascha, scegliendo il linguaggio diretto che li caratterizza. Lo stesso del loro pubblico, che riconosce e si riconosce nel loro segreto semplice: la capacità di rimanere ordinari. Di continuare a fare quello che gli riesce meglio: «L’unica cosa che ci è sempre venuta bene» scrivono nel loro libro «è stata quella di divertirci».

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