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Internet of things, ecco come gli oggetti parleranno tra loro

Un’alleanza tra Wi-Fi, Bluetooth e LTE consentirà alle cose connesse di funzionare senza intoppi. O quasi

In tema di internet delle cose, gli analisti hanno perso il senso della misura. Si lanciano in previsioni cariche di entusiasmo, snocciolano cifre altisonanti, in apparenza esagerate visto l’ancora timido quadro attuale. Gartner parla di 26 miliardi di oggetti connessi entro il 2020, in grado di generare un giro d’affari pari a 1,9 trilioni (sì, trilioni) di dollari. E tante altre società di consulenza si assestano su dati analoghi, scommettono che la tendenza prenderà spessore e corpo. Una visione non priva di senso, va riconosciuto, almeno visto lo tsunami di sensori, bracciali, orologi, lampadine, termostati e persino automobili con il web di serie che sono sfilate alle ultime fiere della tecnologia, dal Ces di Las Vegas al Mobile World Congress di Barcellona.

Un punto tanto meno dibattuto, ma ancora più centrale dell’indotto per l’economia di questa rivoluzione, è la sua effettiva capacità di funzionare. Detto in altri termini: questo diluvio di oggetti desiderosi di raccogliere, registrare e comunicare dati, sarà in grado di riuscirci senza provocare intasamenti o lungaggini? Anche perché un conto è che un video su YouTube vada a scatti o non si riesca a fare una videochiamata in alta definizione su Skype, un altro è non potere entrare in casa perché la serratura supertecnologica non trova il segnale o fare il bucato perché la lavatrice non riesce a mettersi d’accordo con il tablet con cui invece dovrebbe amoreggiare dopo due tocchi sullo schermo.

In Italia, e non solo, la sostanza del tema è stravecchia: il digital divide rimane un problema di fondo con cui in tantissimi forzatamente convivono. Lo fanno ora che devono navigare dal telefonino e dal computer, alcuni anche dalla tv, è lecito sapere come faranno domani quando anche il frigorifero o il condizionatore reclameranno, per portare a termine il loro dovere, una parte della già scheletrica banda a disposizione. E no, rimanere tagliati fuori a prescindere accontentandosi dei vecchi sistemi, non può essere una risposta accettabile. Anche perché gli analisti non sembrano averla messa troppo in conto.

La buona notizia è che i produttori sembrano intenzionati a mettersi d’accordo e scegliere la strada di standard comuni e multipli. Un punto che va spiegato bene e non si risolve in una divagazione di poco conto per nerd attenti alle specifiche tecniche di un prodotto, ai core di un chip o ai pixel di una fotocamera. Dunque: nella prima fase dell’internet delle cose, le aziende si comportavano come battitori liberi. Ognuna faceva di testa propria. Una inventava le lampadine in grado di accendersi grazie a una app per lo smartphone e creava tra i chip e il telefonino un sistema di comunicazione proprietario. Una strategia alla Apple, ma insensata: era la formica che si credeva gigante. Un altro metteva il Bluetooth e non il Wi-Fi, un altro ancora equipaggiava la sua creatura con una sim card per viaggiare sulla rete 3G. Ma se non c’era copertura, bisognava semplicemente arrangiarsi.

Il nuovo corso, molto più coerente e sensato, è la duttilità. La somma, anziché l’esclusività. Creare oggetti che possano racchiudere in sé tutti e tre i standard (o almeno due), sfruttando all’occorrenza i vantaggi di ognuno. Il Bluetooth, di corto raggio ma poco energivoro, è ideale se si devono scambiare dati quando il tablet, uno smartphone o un hub analogo è nei paraggi. Il Wi-Fi consuma di più, magari nel lungo periodo richiede che l’oggetto che lo sfrutta sia attaccato a una presa della corrente, ma arrivando da un router domestico che trae il segnale da Adsl o fibra (quando c’è), ha muscoli più robusti. La rete cellulare è la strada giusta se la rete wireless è come un formaggio pieno di buchi o è ancora ferma alla preistoria. Peraltro, la connettività LTE è pronta per il salto di qualità e nel 2020 dovrebbe arrivare il 5G che porterà altra benzina nel sistema. 

L’internet delle cose, per definizione, è una nuova vita degli oggetti nella prateria del web. Se bisogna muoversi a scossoni o a passo di lumaca, tanto vale non esserci. Si evitano spese e frustrazione. E non servono analisti per capirlo.

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