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Internet: quel lato oscuro chiamato libertà

Dopo gli attacchi al presidente della Camera riesplode la polemica: la rete è un sogno o una discarica? E come reagire?

Credits: Illustrazione di Antonello Silverini

Gratuità. Anonimato. Assoluto disinteresse per le fonti. Il lato oscuro della rete torna alla ribalta sull’onda della disavventura occorsa al presidente della Camera, Laura Boldrini. Un fattaccio come tanti, ma con un sovrappiù di sessismo e volgarità che restano lo specchio fedele di una certa Italia. Quella che una volta sfogava il suo dark side imbrattando di «pensieri in ritirata» bagni di scuole, stazioni e autogrill e oggi colonizza internet.

Un episodio che ha scatenato l’indignazione di commentatori come Michele Serra, che invita a pensare a internet come «un luogo reale, dove persone reali spendono parole reali di cui la firma rende responsabili», e Giuliano Ferrara, il quale si domanda perché chi si scandalizza per gli attacchi a Boldrini abbia lasciata sola Mara Carfagna, che da ministro della Repubblica subì lo stesso trattamento riservato oggi al presidente della Camera. Ma anche la solerte riorganizzazione della Polizia postale, che ha identificato il computer di Antonio Mattia, giornalista web vicino a Ordine nuovo che avrebbe  condiviso alcuni fotomontaggi offensivi circolanti sul presidente Boldrini. «Voleva essere uno scherzo» si è difeso sulla Stampa Mattia. «Se ho sbagliato sono pronto a pagare, ma mi pare una montatura politica».

Qual è la morale? È ancora possibile lasciare la rete sospesa nel vuoto del suo contemporaneismo amorale, dove niente può essere cancellato e quindi tutto è vero e falso come il gatto di Schrodinger? Oppure è giunto il tempo di reagire, accettando la riflessione di Gianroberto Casaleggio, mastermind del Movimento 5 stelle, per cui la rete non è più il Sacro Graal della comunicazione ma l’essenza stessa del capitalismo e della società contemporanei? Anche qui però: come riuscirci quando solo ipotizzare una riflessione sul linguaggio di internet in nome della legge, i diritti umani, o solo lo stile, fa gridare alla censura? Vedi la Cina, dove il grado di libertà non si misura più nel rispetto degli individui ma dei siti.

«C’è molta confusione» sorride Guido Scorza, avvocato fondatore di E-Lex, network di studi legali specializzati in diritto delle nuove tecnologie. «Nel mondo virtuale come in quello reale le regole sono eccessive. Tutti i reati di opinione sono neutri rispetto al mezzo, quindi non esiste alcuna differenza tra una scritta sul muro reale e una sul wall di Facebook o sulla timeline di Twitter. Anzi, la diffusione di offese tramite internet è un’aggravante, e lo specifica la legge Mancini, perché la diffusione è massima».

Come fare applicare la legge, allora, togliendo alle reazioni delle vittime l’accusa di riflesso emotivo? «C’è un dato oggettivo» prosegue Sforza: «in teoria 22 milioni di italiani possono offendere e minacciare su internet. Una minima parte di loro, non quantificabile ma di certo minima, può farlo rendendosi invisibile e sfuggendo alla legge. Ora, riteniamo che la lotta a questa minoranza sia una nostra priorità? Bene, distacchiamo più forze di polizia perché le leggi ci sono. Poi però chiediamoci se il gioco vale la candela, se l’equilibrio costi/libertà giustifica tutto ciò. Ricordando che la posizione delle Nazioni Unite va esattamente in direzione contraria rispetto a quanto vorrebbe la presidente della Camera: l’”hate speech” si combatte promuovendo la libera manifestazione del pensiero. Più libertà di pensiero c’è, più le posizioni dei facinorosi vengono marginalizzate».

Open data contro violenza, dunque. Ma non c’è il rischio di un passaggio in una terra di mezzo dove regna l’offesa e il reato? «Il problema» spiega il sociologo Nello Barile dello Iulm di Milano «è che le nuove tecnologie penetrano in profondità nelle nostre emozioni. Sono strumenti neutrali, possono servire al bene e al male nello stesso modo. Ma la nostra ipertrofia emozionale c’impedisce di capirli e quindi limitarli». Postare compulsivamente sui
social network rappresenta «un’eccessiva condivisione che diventa normale e sposta sempre più in là il paletto della privacy, di quanto è opportuno o meno dire. Un allontanamento dove s’introduce facilmente il concetto di diffamazione che appare sempre meno grave perché nel mare magnum di commenti, post e tweet si tende a ritenere tutto più o meno lecito, accettabile. Un rovescio della medaglia in nome della libertà di espressione, anche se in realtà non è così, è una deriva pericolosa».

Due studiosi per molti versi opposti, come Massimo Cacciari e Geminello Alvi hanno teorie simili: la rete è il segno e il regno dell’Apocalisse, che per Cacciari coincide con la perdita del «kathéchon», il potere che trattiene e contiene, e per Alvi, che ha appena pubblicato La confederazione italiana (Marsilio 386 pagine, 22 euro), della «tripartizione», l’ordine esatto e musicale del mondo. Principi difficilmente restaurabili.

Che fare? Barile è scettico: «Niente. Le leggi odierne non possono contenere il fenomeno perché siamo in wikicrazia», quello stato di perenne mobilitazione emotiva che rende smaniosi di relazioni sensazionali destinate al fallimento che il filosofo Christoph Turcke ha chiamato «società eccitata». Ma anche la condizione in cui passano come poco significativi episodi come il vilipendio della memoria di Giulio Andreotti, scatenatosi su internet pochi minuti dopo la sua morte. «Purtroppo tramite rete è più facile liberare la propria frustrazione» conclude Barile. Il fatto di essere dietro una tastiera e uno schermo, anche se con il proprio vero nome e cognome, ci fa sentire sganciati da vincoli morali e di opportunità. Ci fa andare oltre le regole del rispetto che si deve a tutti, e anche di fronte alla morte.

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