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Google bara sui risultati di ricerca? Uno studio dice di sì

Secondo Tim Wu, esperto di antitrust, Google arriva a sabotare il motore di ricerca pur di promuovere i propri prodotti

Solo due mesi fa, l'Unione Europea aveva ufficializzato l'intenzione di sguinzagliare contro Google la propria Commissione Antitrust, accusando l'azienda californiana di abusare della propria posizione di mercato. Oggi, Google si trova tra le mani un'altra gatta da pelare, un nuovo studio che dimostrerebbe che, pur di favorire i propri prodotti, Google avrebbe manomesso il proprio algoritmo per renderlo meno efficiente.

L'Europa questa volta non c'entra, lo studio è stato commissionato da Yelp, competitor di Google già da tempo sul piede di guerra, ed è stato condotto da Tim Wu, praticamente un guru per chi si occupa di antitrust, copyright e telecomunicazioni, nonché ideatore della locuzione “network neutrality”.

Nel suo studio, Wu ha praticamente impostato una versione alternativa dei risultati di ricerca di Google da cui venivano eliminati i risultati OneBox (ossia i riquadri che propongono link localizzati e consigliati da Google); ha poi sottoposto questa versione a 2690 volontari e, dal loro comportamento, hanno dedotto che i risultati della versione alternativa ricevevano il 45% di click in più. Secondo Wu, questo significa che Google non ha calibrato il proprio motore per rendere il miglior servizio a utenti e commercianti, ma per promuovere i propri prodotti a discapito della concorrenza.

La cosa più sconvolgente è rendersi conto che Google non sta presentando all'utenza il suo prodotto migliore.” dichiara Wu “Di fatto, sta presentando una versione del suo motore di ricerca intenzionalmente indebolita e peggiore per i consumatori.

C'è da dire che lo studio condotto da Wu non è al riparo da critiche. Innanzitutto, il fatto che sia stato finanziato da Yelp, un rivale di Google con il dente avvelenato da tempo, non aiuta; inoltre alcuni ritengono che il metodo scelto – contare il numero di click fatti dagli utenti – non sia sufficientemente indicativo.

Comunque sia, il dubbio che Google falsasse i risultati delle ricerche per favorire i prodotti del proprio ecosistema esiste da tempo; a pensarci non ci sarebbe poi molto da stupirsi: nel momento stesso in cui esiste una porta d'ingresso principale per la Rete e le chiavi di quella porta le possiede una sola azienda, è prevedibile che decida di utilizzare questa posizione privilegiata a suo beneficio

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