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Internet

Digitale in Italia, ecco quanto vale

Più del lusso: quasi 53 miliardi di euro. Ha creato 220 mila posti di lavoro. Tutti i dati di una ricerca presentata durante lo Iab Forum di Milano

Quasi 53 miliardi di euro nel 2015: per la precisione 52,9. Il 3,3 per cento del Pil. Più del lusso, robusta eccellenza targata made in Italy, che si ferma a 49,4 miliardi. Ormai a un passo dall’automotive, che non sfiora i 56 miliardi. Tanto vale complessivamente il digitale nel Bel Paese secondo una ricerca di EY (Ernst & Young) e Iab Italia presentata durante lo Iab Forum, l’annuale appuntamento dedicato alla comunicazione digitale e interattivain corso a Milano.

Per il 2016, il tasso di crescita stimato è del 7,2 per cento (un altro 6,8 per cento per il 2017) e c’è un certo ottimismo circa un imminente sorpasso: dopo averlo tallonato, l’universo di bit potrebbe fare il definitivo sgambetto alla galassia analogica delle quattro ruote, alla fisicità del volante («ma c’è tanto digitale anche nell’automotive» osservano dal palco), avvicinandosi sempre più ad alberghiero e ristorazione (ci vorrà un lustro o due, però) che oggi pesano nella bilancia dell’attivo del Bel Paese rispettivamente per 101 e 124 miliardi di euro.

Spiega Carlo Noseda, presidente di Iab Italia: «Abbiamo voluto scandagliare l’intero comparto per darci una consapevolezza diversa, per affermare con chiarezza che chi fa digitale ha un impatto sul nostro Paese. Siamo una delle industry più interessanti, più creative, più in crescita».

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Carlo Noseda (a destra), presidente di Iab Italia, durante lo Iab Forum in corso a Milano

«Siamo una delle industry più interessanti, più creative, più in crescita. Perché il cambiamento sia davvero culturale bisogna contagiare tutti quelli che ancora gli resistono»

Valore materiale a parte, il digitale significa occupazione: secondo la ricerca, dà lavoro a circa 220 mila persone. Un quarto esatto, 55 mila, si concentrano nella diffusione di soluzioni, la quota restante, 165 mila, «sono addetti sul fronte della domanda, ovvero impiegati in aziende che accolgono e valorizzano le tecnologie digitali», come si legge nel rapporto. Di più: il 59 per cento delle aziende dichiara di voler assumere nei prossimi sei mesi.

Ed è un terreno fertile per menti fresche, agili, dinamiche: lo Iab Forum rivela che le aziende fondate da meno di 10 anni, se non proprio start-up comunque in via di consolidamento, ottengono ricavi più alti del 70 per cento rispetto alle imprese con 30 anni e più di anzianità. Che dunque, pur abbracciando nuove metodologie e aprendosi a settori immateriali, sentono un po’ l’affanno nello svecchiare processi radicati, non mettendoli immediatamente a frutto.

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– Credits: iStock. by Getty Images

Appurato il dato e la sua consistenza, è opportuno scomporlo, capire quali sono le componenti che, sommate tra loro, danno vita a quei 52,9 miliardi di euro. Cominciamo: la raccolta pubblicità on line raggiunge i 2,2 miliardi di euro (è un quarto di quella totale); tutto l’universo della comunicazione digitale, mettendo nel calderone le classiche inserzioni, arriva a 6,5 miliardi; il resto lo fanno soprattutto l’e-commerce (il 39 per cento, 20,9 miliardi che diventeranno 27,4 nel 2017 secondo le previsioni) e gli investimenti in tecnologie per realizzare questa digitalizzazione. Un trampolino di lancio verso le opportunità di domani.

Certo, c’è qualche criticità, qualche freno che impedisce al digitale di spiccare definitivamente il volo. Ed è una storia abbastanza vecchia: «E’ interessante sottolineare» dice a Panorama.it Noseda «come la crescita potrebbe essere più incisiva se gli investimenti in infrastrutture e fibra ottica nel nostro Paese fossero più consistenti e in linea con quelli di altri paesi maggiormente digitalizzati».

Tornando alla ricerca, vale la pena scoprire quali sono le aeree sul territorio che contribuiscono maggiormente a generare valore. Sul fronte, nessuna clamorosa sorpresa: la concentrazione maggiore è in Lombardia, nelle province di Roma e di Torino. Il consueto Paese che procede a due velocità, che si taglia a metà tra Nord e Sud, con ricavi digitali nulli o bassi in tutta la Calabria, la Basilicata, vaste province della Sicilia e della Sardegna, dove però stanno emergendo zone capaci di invertire la tendenza. Da qui, oltre che dai soliti noti (nomi e luoghi), passa il futuro del digitale e di tutta l’Italia.

«Perché il cambiamento sia davvero culturale» conclude Noseda «bisogna contagiare tutti quelli che ancora gli resistono. Sono sempre più le aziende che desiderano fare un salto nel digitale, la nostra abilità deve essere quella di amplificare il loro proposito. Questa radiografia, questi numeri, dimostrano che ci sono ancora molte isole da andare a scovare. Che esistono tante vie per continuare a crescere».

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