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Meno privacy più controllo: l’idea italiana di deep web

Una ricerca di Eset e Isimm mette in evidenza il grado di conoscenza del web sommerso, considerato ancora pericoloso e non affidabile

Si può avere paura del deep web? Secondo un’analisi condotta dall’agenzia di sicurezza informatica Eset Italia e da Isimm Ricerche si (soprattutto dopo la notizia della rete dei Black Death). Stando ai dati raccolti dai due soggetti nei mesi di marzo e aprile del 2016, l’italiano medio ha una conoscenza per lo più circoscritta del deep web e, quando ce l’ha, è parzialmente errata. In che senso? Il 17% dei 1.005 utenti intervistati, tra i 18 e i 35 anni, ammette di sapere cos’è il web sommerso, anche se poi il 45% crede si tratti di un luogo utilizzato solo per compiere traffici illegali, come la compravendita di sostanze stupefacenti o la diffusione di materiale pedopornografico.

Meglio controllati che troppo liberi

Si tratta di un atteggiamento conservatore che mette in risalto la paura del “non controllo” che potrebbe esservi qualora il deep web diventi terreno popolato da molti più invidivui; non a caso, sul campione di persone ascoltate, solo il 19% si dice favorevole ad una rete libera e priva di ogni controllo. Nonostante temi quali il Datagate e il monitoraggio globale siano diventati di ordinaria importanza, c’è chi si sente più sicuro con una telecamera (ipotetica, non concreta) fissata sulla propria tastiera, magari immerso in un tracking avanzato dei cookie memorizzati sul computer e sui dispositivi mobili, nella visualizzazione della cronologia di navigazione e delle chat di Facebook.

I perché del disagio

C’è un motivo sociologico per la convinzione che sia meglio restare in un recinto digitale ben definito piuttosto che navigare nel mare magnum del network globale. Dipende, in gran parte, da come i media hanno trattato il tema del deep web megli ultimi tempi, considerandolo come terreno libero (e quindi auspicabile) in cui si può davvero godere dell’assenza di intercettazioni e di spie curiose ma anche un luogo simile al far-west, privo di una regolamentazione e perciò dove regnano i più forti, gestendo le informazioni e i dati degli ignari che non sono pienamente calati nelle dinamiche del sottobosco internettiano.

Insomma il sunto è: meglio cedere parte della propria privacy in favore di una maggiore tranquillità. Il lavoro scaturito in Riservatezza, anonimato e libertà sul web di Eset e Isimm parla chiaro: “Gli utenti di internet attribuiscono una maggiore e particolare importanza all’aspetto tranquillità prima ancora della riservatezza e della curiosità. L’indagine conferma le paure e i timori riguardo innanzitutto il furto di identità e più in generale le dinamiche di un’io digitale creato automaticamente, in base alla propria orma e ai contenuti postati”.

Il panorama è un po' quello del neo patentato che si ritrova tra le mani un bolide. Cavalli, potenza e pericolosità sono elementi comuni a tutti i guidatori, su diverse tipologie di auto, ma solo i più esperti sanno gestirli al meglio. Un'apertura centellinata del deep web, all'utente comune, può essere una soluzione? Probabilmente si: solo imparando a conoscere il nemico lo si può evitare, sfruttando però le altre potenzialità a disposizione del vasto territorio della rete più profonda.

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