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Così Google sta già usando Nest per entrare nelle case

I dispositivi dell'azienda acquisita a gennaio sono reti di sensori che aiutano Big G a conoscerci meglio

– Credits: Ufficio stampa Nest

A gennaio, non appena si sono diffuse la notizia dell'acquisto di Nest da parte di Google per la cifra corposa di 3,2 miliardi di dollari, la seconda operazione in ordine di grandezza dopo lo shopping della ben più nota Motorola (12,5 miliardi), si dissero in sintesi due cose. Che con questa mossa Big G faceva un primo, saggio, significativo passo nella promettente e presto decisiva tendenza dell'internet delle cose. Nest è famosa per i suoi termostati, che non sono termostati qualunque: hanno una piccola e prodigiosa intelligenza di serie. Imparano a regolare in automatico la temperatura in base alle preferenze e alle abitudini dell'utente.

Il secondo aspetto sottolineato dagli analisti, ben più malizioso del primo, è che Mountain View, così, avrebbe potuto infilare meglio il suo lungo nasone e il suo occhio curioso nelle case della gente. Usando non soltanto i loro computer, i loro tablet e i loro telefonini per conoscerli e proporre pubblicità in target, ma anche i più semplici e banali oggetti della vita quotidiana. Oggi i termostati, domani le auto che si guidano da sole, dopodomani chissà.

Quella malizia, ora, comincia a rivelarsi fondata e a venire suffragata dalle prime evidenze. Ecco i fatti: ad aprile la società rimborsa chi già ne ha acquistato uno e richiama dai negozi un rilevatore di fumo e delle fughe di monossido di carbonio nelle abitazioni. Il motivo? Ha un piccolo grande difetto nel software che lo manovra. E' così smart da poter disattivare il suo allarme semplicemente agitando un braccio sotto il sensore con cui è equipaggiato, il problema è che altri movimenti involontari possono spegnerlo o mandarlo in confusione, vanificando il suo ruolo di vigile antidoto ai disastri domestici. Si chiama Nest Protect, ma la protezione rischia di essere solo di nome più che di fatto. La notizia è che ora riapproda sul mercato a 99 dollari, trenta in meno dei 129 del listino precedente, spogliato della funzione che lo disattiva con un gesto. La ripristineranno, non si sa ancora quando.

Un po' per rimediare alla mezza figuraccia, un altro po' per magnificarne le doti e ingolosire potenziali consumatori, il rilancio viene accompagnato da un documento, un paper nel quale si legge, tra tante statistiche, che almeno un milione di case negli Stati Uniti, il Regno Unito e il Canada sono esposte ogni anno a livelli eccessivi di monossido di carbonio. Di più: nei mesi passati lo 0,15 per cento degli utenti di Nest sono stati coinvolti da un incidente in cui era implicato questo gas che può provocare morte per avvelenamento. Disastri che Protect ha potuto sventare. Arriviamo al nodo: per elaborare queste statistiche, l'azienda di Google ha utilizzato le informazioni, rigorosamente anonime, raccolte dai rilevatori installati in quei Paesi.

Da qui a dire che gli utenti siano stati spiati, ce ne passa. Anzi è meglio essere molto cauti con certe affermazioni allarmistiche. I dispositivi Protect non sono un grande fratello, non ascoltano né vedono quello che succede nelle stanze in cui sono installati. E ci mancherebbe altro. E' altrettanto evidente, però, che generano dati, li trasmettono agli smartphone e ai tablet da cui possono essere controllati da remoto e, in parallelo, a un cervellone piazzato da qualche parte della nuvola che li rielabora per fini statistici e non solo.

Dati di cui Big G si nutre in modo vorace per studiare meglio i suoi consumatori e che fanno sistema con tutto il resto. A partire dal fiore all'occhiello di Nest: i suoi termostati evoluti con display che sanno leggere molte più cose oltre ai semplici livelli di gas di Protect. Possono sapere a che ora ci svegliamo e andiamo a letto, quando usciamo di casa, a che ora ci piace fare colazione, pranzare o cenare. L'internet delle cose, è evidente, darà modo alle aziende di conoscerci a memoria grazie a una gigantesca e silenziosa rete di sensori nascosti in oggetti di uso comune. In quest'ottica, e in questa prospettiva, i 3,2 miliardi spesi da Google sono tutt'altro che un pessimo affare.

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