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Così Google e Microsoft fermeranno la pirateria in rete

Le due aziende hanno accettato di integrare nei loro sistemi un codice anti-pirateria sviluppato dal governo inglese. Ecco come funziona

Siti con file mp3, portali dove scaricare film ancora in sala, giochi e serie televisive conservate in archivi torrent: tutto ciò che è visibile ai normali motori di ricerca ha un riferimento numerico che lo identifica. Non parliamo dunque del web nascosto, di quella gran parte di contenuti a cui le persone non sanno come accedere, ma dei database digitali che è molto facile scoprire online, digitando un paio di parole azzeccate su piattaforme come Google e Bing.

Tramite strumenti di scoperta essenziali come questi, chiunque può infrangere le regole sul copyright, scaricando canzoni o video normalmente a pagamento (ad esempio su iTunes oppure Google Play), aggirando le regole del mercato e causando un danno economico non di poco conto all’industria culturale globale. Certo, direte voi, che male fa una persona singola che invece di sborsare 9,99 euro per la compilation di Sanremo 2017 la scarica via p2p? Poco, se si considera l’utente specifico, molto di più se si moltiplica l’ascoltatore pirata con le migliaia che effettuano la stessa operazione, una pratica che è oramai di uso comune per grandi e piccoli.

Fermare la pirateria

Non basta la prevenzione, non basta la formazione a scuola: per fermare la pirateria servono mezzi tecnici, che combattano il dilagare del download non autorizzato direttamente online, oscurando e rendendo non ricercabili i siti web più conosciuti. È quello che il governo inglese, nella forma dello UK Intellectual Property Office, il nostro Ufficio Italiano Brevetti e Marchi, ha realizzato, tramite un codice informatico che di fatto censura, in autonomia, i portali che contengono documenti pirata, escludendoli dai risultati mostrati da Google e Bing.

Il cosiddetto “Codice di condotta volontaria” è stato firmato dalle due compagnie americane più la Motion Picture Association e la British Phonographic Industry, una sorta di SIAE italiana, ed entrerà in vigore sin da subito, con effetti che però si vedranno dal 1 giugno del 2017. L’idea è di rendere talmente difficili da scovare i contenuti pirata, che alla fine i navigatori dovranno cedere al pagamento di qualche sterlina (nel caso della Gran Bretagna, prima nazione ad assistere al cambiamento) pur di accedere al file desiderato, che si tratti dell’ultimo album di Robbie Williams o del secondo capitolo di Trainspotting.

Ma come funziona il codice in questione?

L’algoritmo si basa sui meccanismi esistenti volti a contrastare la divulgazione di archivi protetti dal diritto d’autore, che portano al blocco di un sito da parte dei service provider (qui una lista degli italiani) e l’avviso delle autorità al gestore dello spazio incriminato. Si tratta di procedure valide ma che spesso sono il risultato di un’azione manuale e non automatica, che peraltro avviene un bel po’ di tempo dopo la diffusione del materiale illecito. Con il “Codice di condotta volontaria” non si agisce direttamente alle radici del problema (lo specifico sito resta in piedi fino alla denuncia e chiusura voluta dalle autorità) ma si inibisce significativamente il raggiungimento di certe pagine, scoraggiando gli utenti casuali, gli indecisi che dopo un paio di click a vuoto seguono la via della legalità. Sono questi che spostano i grandi numeri degli introiti, rappresentando la cerchia più sensibile, il target su cui puntare con maggiore attenzione.

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