Internet

Come i governi e le grandi compagnie minacciano la libertà di internet

Secondo il parere di 1.400 esperti non saranno i criminali del web il pericolo numero uno nella rete del futuro

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Qualsiasi previsione sul futuro rappresenta comunque una scommessa, soprattutto se riferita all’agitato e capriccioso mare di internet. Immaginare come sarà la rete nei prossimi anni, tra due lustri e spiccioli, diciamo nel 2025, porta con sé una naturale e scontata dose di azzardo. Ma sulla scorta delle tendenze del presente, è possibile avanzare ipotesi verosimili. O almeno provarci.

La più gettonata? I nemici acerrimi della rete non saranno i cracker, gli hacker con cattive intenzioni, che muovendosi nei meandri bui dei server spolperanno i nostri conti in banca, rivenderanno le nostre identità per lucrarci sopra, organizzeranno atti di terrorismo facendo esplodere i forni smart con il cervello nella nuvola che terremo in cucina. O meglio, potranno anche farlo, ma noi dovremo tenere la coscienza desta innanzitutto altrove. Dovremo badare all’atteggiamento di figure molto più istituzionali e che operano alla luce del sole: i governi e i grandi giganti dell’hi-tech. Dotati, anche solo per semplice convenienza economica o per rastrellare voti, di un certo senso etico di facciata. E però decisi a dar fondo al loro lato oscuro.  

L’opinione è il risultato di un sondaggio sui generis. Anziché interrogare un campione di utenti o organizzare una ricerca on line, il quotato think tank americano Pew Research Center ha interpellato ben 1.400 esperti tra accademici, teorici e cervelli dal grande blasone sulla loro visione del domani digitale. Che stando alla maggior parte delle risposte (il 65 per cento), non sarà peggiore del presente. Anzi, ci saranno senz’altro delle potenzialità enormi connesse all’accelerazione dell’economia, alla creazione di posti di lavoro, all’ingresso nelle praterie di internet a nazioni e popoli al momento esclusi o in grosso ritardo.

Il rovescio della medaglia, è che alla politica non sfugge più il potenziale del web. E la censura, nel 2025, potrebbe essere più presente, infida, profonda. Gli esperti fanno riferimento ai regimi dittatoriali o in cui comunque la libertà subisce delle profonde limitazioni (dalla Cina, in poi), ma chiamano in causa esempi di società democratiche come il Canada e l’Australia che, sbandierando come principio inviolabile la tutela dei minori e la rimozione di contenuti pornografici, filtrano tutto il traffico del web. Con un controllo degno di un grande fratello che non è immune alle derive più varie.

«Le pressioni per balcanizzare internet continueranno e creeranno nuove incertezze. I governi diventeranno meglio preparati nel bloccare gli accessi ai siti indesiderati» scrive nel rapporto Paul Saffo, direttore di un’altra società di ricerca, la Discern Analytics, e professore all’università di Stanford. Per non parlare delle minacce al principio della neutralità della rete  che può essere aggirato o almeno minato agitando rischi di violazione del diritto d’autore, che obbligano a prendere provvedimenti restrittivi, a chiudere pagine o renderle inaccessibili. «È altamente possibile che il principio di neutralità della rete finiscà per indebolirsi. In un paradigma in cui il denaro equivale allo spazio politico, gli interessi degli utenti comuni conta molto poco» stigmatizza PJ Rey dell’università del Maryland.    

Secondo macro aspetto emerso dalla ricerca, più scontato ma comunque non meno preoccupante, è lo strapotere che i colossi di internet assumeranno. Ben più di oggi. Basta un minimo di lungimiranza per accorgersi che tutte le acquisizioni concluse da Facebook, Google e affini, daranno loro la possibilità di entrare in sfere private e privatissime che, per ora, sono zone franche. Dalle nostre automobili fino alle nostre case. A differenza dei cracker, che devono comunque prenderci di mira, saremo noi a spalancare le porte a quest’invasione. A esporre la nostra privacy e a mettere a rischio un (bel) po’ della nostra libertà.
    

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