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Cloud Computing: quanto è sicuro?

Le maggiori perplessità riguardano questioni come la sicurezza e la riservatezza dei dati

Molti utenti sono scettici nei confronti del cloud computing, anche quando ne intuiscono le potenzialità, in particolare la comodità di poter disporre dei propri dati ovunque ci sia una connessione alla Rete.

Prima di tutto, temono di perdere il controllo della “residenza” dei dati: se i miei file non sono sul mio PC o sul device mobile, dove sono? Secondariamente, esiste uno scrupolo rispetto alla “privacy” dei dati: se non so dove sono, a maggior ragione, come posso essere certo che siano custoditi con cura?

A questo riguardo, trascurano, però, il rovescio della medaglia: i dati sono maggiormente al sicuro sulla nuvola che nel proprio PC o, peggio, in supporti di vecchia concezione. Tipicamente i provider di servizi cloud pongono in essere meccanismi di “ridondanza”, oltre a invitare i clienti a fare i backup, per cui i dati sono duplicati più volte su infrastrutture diverse. Se una subisce dei danni, lo stesso dato, ad esempio, è disponibile altrove.

Inoltre i dati, se affidati ad aziende italiane che devono rispettare le linee guida dettate dall’Unione Europea sono in buonissime mani; meglio ancora se, come Enter Cloud Suite, il servizio cloud di Enter, rispettano i principi teorici definiti dal National Institute of Standards and Technology.

Attenzione, però, ad accettare spazio dagli… sconosciuti: ad esempio c’è un’azienda orientale che offre 10 Terabyte di spazio gratuito a tutti, ma non fornisce alcuna informazione su dove questi dati siano salvati o come vengano gestiti. 

Infine, la quasi totalità dei problemi di sicurezza relativi ai dati (e non) deriva da errori, negligenza o ingenuità degli utenti. Il problema non è (quasi) mai la tecnologia, ma chi la usa. A questo proposito, scordatevi le azioni da hacker che si vedono nei film, dove con pochi click si entra nel sito del Pentagono. Nella realtà è molto più probabile che un malintenzionato carpisca i dati di utenti e operatori con abili trucchi di ingegneria sociale. Molto spesso gli hacker hanno gioco facile a “indovinare” le password troppo banali che gli utenti tendono a usare ricorrentemente, per esempio “password” e “123456”.

Altra questione, anche questa delicata - ma è più una remora psicologica - è quella relativa alla riservatezza dei dati. Qualcuno, con spirito neo-luddista, parla di realtà orwelliana, in base alla quale chiunque può mettere il becco nei file caricati sulla nuvola. Non è così: parola del Garante della Privacy, che obbliga le aziende che offrono servizi di cloud computing a seguire delle linee guida.

Un punto di forza a favore dei provider italiani ed europei rispetto, ad esempio, a quelli americani, che non offrono, su questa materia, le stesse tutele.

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