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Airbnb vola in Italia, ma c'è l'incognita del sommerso

Gli alloggi nel Bel Paese sono 230 mila e attraggono 3 milioni di turisti, mentre Federalberghi denuncia un uso scorretto della piattaforma

C’è chi cambia operatore, chi dove dormire in vacanza: è un’altra faccia del fenomeno della «switching economy», che nel 2015 ha spinto quasi 1,8 milioni di italiani (1,34 milioni per pernottamenti all’estero, 440 mila nel Bel Paese) a scegliere Airbnb per affittare una stanza o un’intera casa altrui. Spuntando un risparmio considerevole rispetto a un classico hotel: quest’estate, per esempio, era pari in media al 59 per cento in alcune tra le località più popolari del Vecchio Continente.

Il sito è attivo in 34 mila città del mondo, è valutato 30 miliardi di dollari, vanta Google tra i suoi investitori e nel 2015 è stato usato in Italia da più di 3 milioni di turisti provenienti soprattutto da Nord America, Francia e Regno Unito. Un boom della domanda assecondata da una crescita enorme dell’offerta: gli alloggi disponibili lungo lo Stivale non erano nemmeno 10 mila nel 2011, sono attualmente oltre 230 mila. Vengono occupati in media per 26 giorni ogni dodici mesi, rendendo ai proprietari 2.300 euro l’anno.

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«La grande maggioranza degli utenti di Airbnb sono privati che utilizzano la piattaforma per integrare il loro reddito»

Airbnb è l’artefice di una «switching economy» doppia, o meglio a due facce: di regola spese più basse (con qualche servizio in meno) per chi preferisce una casa a un hotel, un gruzzolo interessante per chi mette on line il proprio appartamento. Una somma di virtù a cui, a detta di Federalberghi, corrisponde un lato oscuro, «una concorrenza sleale, che danneggia tanto le imprese tradizionali quanto coloro che gestiscono in modo corretto le nuove forme di accoglienza». La principale organizzazione del settore turistico-ricettivo punta il dito contro un «sommerso giunto a livelli talmente di guardia da generare il dilagare indiscriminato dell’evasione fiscale e del lavoro in nero». A parlare è il presidente Bernabò Bocca, che parte da un monitoraggio svolto ad agosto per ribaltare la prospettiva su Airbnb: il 57,7 per cento degli annunci sarebbero stati pubblicati da persone che amministrano più alloggi (con casi limite di insegne che superano il centinaio di inserzioni), configurandosi come attività economiche a tutti gli effetti; il 79,3 per cento si riferirebbe a spazi disponibili per oltre sei mesi l’anno, facendo venir meno il requisito dell’occasionalità, non soggetta a imposizioni fiscali e obblighi tipici delle attività imprenditoriali.

La società californiana difende i suoi dati («la grande maggioranza» spiega un portavoce «sono privati che utilizzano la piattaforma per integrare il loro reddito») e definisce «frustranti» gli attacchi. In parallelo, la Guardia di Finanza annuncia di avere attivato una task force per monitorare anche i siti di affitti di case vacanze: l’intento è scovare i furbetti digitali, chiunque sfrutti in modo illecito queste nuove forme di economia.

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