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Ecco le tecnologie che ci aiuteranno a dormire pochissimo (e meglio)

Diversi gruppi di ricerca stanno sviluppando sistemi per ridurre la quantità di sonno necessario, dagli induttori elettromagnetici a agli stimolatori transcraniali. Quasi tutti, sono destinati ai soldati

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– Credits: Carlos Martz @ Flickr

Diversi studi lo hanno confermato, e ormai è ufficiale: dormiamo sempre di meno, e sempre peggio. Colpa di una serie di fattori: tra cui una routine lavorativa sempre meno regolare; il diffondersi di smartphone, tablet e schermi che sopprimono la produzione di melatonina ; un’alimentazione spesso disordinata e, in generale, una quotidianità sempre più concitata e precaria.

Non sarebbe un grosso problema, non fosse che una carenza di sonno prolungata finisce per peggiorare quegli stessi aspetti della nostra vita per i quali rinunciamo a qualche ora di sonno ogni notte. Di fatto: dormire poco rende meno reattivi, meno capaci di processare informazioni e di rielaborarle in maniera creativa, crea problemi all’apprendimento, rende maggiormente irritabili e più inclini a prendere decisioni affrettate; non bastasse, fa anche ingrassare.

Ma queste sono cose che chiunque ha problemi con il sonno sa. La realtà è che tutti vorremmo poter dormire nove ore ogni notte, o se proprio non fosse possibile, uscire del tutto riposati da un sonno di poche ore. Ecco, da oltre vent’anni, diversi team di ricerca si stanno concentrando proprio su questa seconda possibilità.

I primi tentativi sono stati compiuti a livello chimico, sviluppando neurostimolatori (o agenti promotori della veglia), come il Modafinil e la destroanfetamina, che si sono rivelati efficaci nel garantire buoni livelli di concentrazione ed prontezza anche in condizioni di privazione dal sonno. Per dire, è stato calcolato che, assumendo ogni otto ore dosi da 400 mg di Modafinil, i volontari di un esperimento erano in grado di portare a termine compiti specifici con performance analoghe a quelle di chi aveva dormito il sonno del giusto.

Ma c’è un problema che i test non sempre riescono a inquadrare: se da un lato questi stimolatori vanno a mettere una pezza su alcune delle problematiche legate all’assenza di sonno, dall’altro creano effetti collaterali controproducenti come: irritabilità, avventatezza e, in generale, tendenza a sovrastimare le proprie capacità. 

Questo è un problema, soprattutto considerando che i destinatari primari di questo tipo tecnologie sono i soldati, e non è un caso che la stragrande maggioranza di questo tipo di ricerche sia finanziato da enti militari: durante le missioni, infatti, un soldato può aver bisogno di rimanere sveglio e pronto all’azione anche per 50 ore consecutive, con la possibilità di schiacciare un pisolino in poche e ristrette finestre di tempo. 

Per questo, Chris Berka dell’Advanced Brain Monitoring (ABM), azienda che collabora strettamente con la DARPA, ha sviluppato un particolare tipo di maschera per il sonno , composta da una sorta di casco che protegge occhi e orecchie da qualsiasi tipo di segnale ambientale, provvedendo nel contempo a scaldare la zona oculare del soggetto (il caldo in quell’area infatti facilita il sonno) e poi, al momento del risveglio, ad esporre il soggetto a una luce blu via via più intensa man mano che si avvicina l’ora della sveglia. Questa maschera, combinata con una serie di integratori alimentari composti da acidi grassi Omega3, sembra consentire di mantenere buone performance anche per 48 ore consecutive.

Ma il vero obiettivo per molti – e non solo all’interno dell’esercito –, più che facilitare il processo di addormentamento, è ridurre il più possibile la quantità di sonno necessaria per operare a pieno regime.

Tra le tecnologie più all’avanguardia, in questo senso, figura la cosiddetta TMS, stimolazione magnetica transcranica , sarebbe in grado di indurre nel cervello del soggetto oscillazioni a onda lenta simili a quelle registrate nella fase di sonno profondo. L’obiettivo di questo tipo di tecnologia, sarebbe quello di catapultare l'individuo direttamente in una fase di sonno profondo, bypassando le fasi di rilassamento e sonno leggero che nel sonno tradizionale la precedono. Questo consentirebbe di concentrare la quantità di sonno necessario in poche ore.

C’è poi chi, come l’imprenditore Charles Fisher, si sta concentrando su uno macchinario capace di “riattivare” un soggetto in carenza di sonno. Il Fisher Wallace Stimulator sfrutta una tecnologia nota come tDCS (transcranial direct current stimulation), un parente alla lontana del notorio elettroshock che, utilizzando una stimolazione elettrica molto più blanda, consentirebbe di modificare la polarizzazione di alcuni neuroni abbassando la loro soglia di attivazione. In questo modo, applicando una serie di elettrodi in corrispondenza della corteccia prefrontale dorsolaterale, con una stimolazione di mezz’ora, sarebbe possibile riportare il soggetto a uno stato “completo “ di veglia.

Più di recente, poi, un team di ricerca di Oxford pare avere individuato l’interruttore genetico che fa sì che il nostro cervello passi dalla veglia al sonno, aprendo nuove potenziali strade per la cura dell’insonnia.

Ma al di là di questi passi in avanti, una questione rimane ancora aperta: quella psicologica. Se anche strumenti come lo stimolatore di Fisher, o il TMS, consentissero di ridurre (eliminare?) la quantità di sonno necessaria, nessuno studio ancora è in grado di dirci con chiarezza che effetto avrebbe una riduzione drastica della quantità di sonno sulla psiche dei singoli individui.

Dopotutto, fin dalla nascita siamo abituati ad alternare 2/3 del nostro tempo alla veglia e 1/3 al sonno. Provate a immaginare come sarebbe vivere senza mai staccare la spina, senza mai abbandonare preoccupazioni, frustrazioni e delusioni alle spalle capaci di Morfeo. Saremmo davvero più operosi, dunque realizzati, dunque felici? Oppure usciremmo semplicemente di cotenna?

 
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