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In Italia la nuvola è rimasta in pantofole

Se in Europa i servizi cloud sono utilizzati su più dispositivi mobili, nel nostro Paese vengono usati soprattutto sui computer da scrivania, senza sfruttarne in pieno le tante potenzialità. E non c’entrano niente i timori per la privacy o per la sicurezza dei dati

La nuvola in Italia funziona, ma soprattutto dai computer casalinghi

Prima andavamo in giro con in tasca i floppy disk, poi ci siamo accomodati nei più ampi spazi dei cd-rom, adesso preferiamo la flessibilità «memorizza, cancella e memorizza di nuovo» delle chiavette usb. Ma il supporto fisico per custodire i nostri dati sembra ormai destinato al tramonto o comunque a un lento declino che, buon senso vuole, dovrebbe procedere di pari passo con l’affermazione dei servizi cloud: sorta di hard disk virtuali in cui depositare documenti, foto e affini per poterli consultare da qualsiasi dispositivo connesso a internet. E ciò da ogni angolo del mondo e archiviando tragedie figlie di imprevisti fin troppo analogici: furti, smarrimenti e un po’ della solita sbadataggine.
Questo almeno direbbe la logica, che invece noi italiani smentiamo e rovesciamo: casalinghi incalliti, ortodossi del computer da scrivania, ci tuffiamo nelle vastità della nuvola ma lo facciamo dal pc domestico. Che è un po’ come comprare un motoscafo per utilizzarlo solo nella vasca da bagno. Altro che smartphone e tablet dunque: l’83 per cento di noi usa i servizi cloud prevalentemente dal computer di casa. Siamo un bel po’ oltre la media di altri Paesi a noi vicini, che si fermano al 58 per cento e privilegiano altri dispositivi e altri luoghi, come rileva una ricerca realizzata dalla Microsoft tramite MSN in tutta Europa.
Tanta differenza che non proprio ci nobilita perché significa che non sfruttiamo in pieno, anzi che sfruttiamo molto poco, le potenzialità della nuvola. La sua capacità di farci entrare nella nostra vita digitale dappertutto e non solo a pochi millimetri dal disco fisso. Soltanto un italiano su tre, inoltre, usa almeno due dispositivi al giorno per utilizzare la cloud, il 16 per cento appena mette il pc portatile prima di quello fisso, solo il 19 per cento si affida allo smartphone e ancora meno, l’8 per cento, al tablet. Una mezza Caporetto che stride, invece, con quanto avviene poco lontano dai nostri confini dove l’uso trasversale della cloud è già una realtà piuttosto matura.
Continuando sulla strada dei paradossi, questo utilizzo poco mobile della nuvola non è dettato da timori per la sicurezza o da diffidenze verso le potenzialità del servizio. Solo il 14 per cento dei nostri connazionali teme che l’azienda a cui affidiamo i nostri dati possa mettersi a spiarne il contenuto, mentre ben il 46 per cento dei tedeschi nutre questo timore. Giusto il 27 per cento degli italiani teme che le proprie credenziali d’accesso possano essere rubate, ma questa paura cresce tra gli ungheresi (è al 44 per cento) e i finlandesi (al 40 per cento).
Cosa dobbiamo aspettarci? Questi dati non suggeriscono certo un fallimento dei servizi cloud, anzi dimostrano che, seppure a modo loro, gli italiani stanno imparando a prendere dimestichezza con le loro potenzialità. Il prossimo passo sarà capire la trasversalità tra i dispositivi per consentire alla nuvola di levarsi le pantofole e scalzare dai nostri zaini e dalla nostre tasche qualsiasi memoria fisica.

Twitter: @marmorello

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