Una schiera di maneki neko – i gatti della fortuna – ci accolgono con l’immancabile zampa rivolta all’insù. Sembrerebbe la solita fiera di cianfrusaglie e tarocchi Made in China, ma ci mettiamo poco a capire che la realtà, qui, è un po’ diversa. Giusto il tempo di varcare la prima rampa di scale mobili e imbatterci in una selva di negozietti di pochi metri quadrati popolati da merce tutt’altro che scadente. Orologi, vestiti e soprattutto borse di marca: Gucci, Chanel, Prada, Louis Vuitton, Bottega Veneta, Burberry, ci sono davvero tutte le grandi firme del mondo della moda, a prezzi stracciati.

"Potete anche scegliere un modello da catalogo", chiarisce un venditore locale, avvicinando la fiamma dell’accendino su una pochette nera, così tanto per chiarire che quella è pelle vera, mica plasticaccia da quattro soldi.

Su--May

– Credits: Su-May @Flickr

La Cina ha imparato, ora è pronta a sorprenderci
Siamo a Shenzhen, nel mercato di Luohu, uno dei luoghi simbolo della contraffazione cinese. Cinque piani pieni zeppi di ogni ben di Dio, presi d’assalto da migliaia di visitatori provenienti ormai da tutte le parti del mondo. Altrove tutto questo non sarebbe consentito, ma la Repubblica Popolare Cinese per ora preferisce chiudere un occhio, conscia del valore - formativo, oltre che economico - che il fake ha avuto e sta avendo per lo sviluppo della nazione.

"Molti pezzi sono ormai indistinguibili dagli originali anche per un occhio allenato", ci spiega Laura Parenti, una ragazza italiana con un passato da brand manager nell’industria della moda. "Le nostre aziende, anche quelle che sbandierano il Made in Italy con un certo orgoglio, hanno istruito i cinesi, affidando loro la produzione, prototipi compresi. Se sei fortunato puoi trovarne qualcuno anche qui, ma ovviamente devi essere disposto a pagare di più".

Yun Huang Yong

– Credits: Yun Huang Yong @Flickr

Da Shenzhen alla conquista del mondo
La sensazione è che fra non molto qualcuno di questi produttori locali si farà la sua etichetta indipendente, facendo la guerra ai marchi del lusso che fino a ieri erano i committenti.

In altri campi, è il caso dell'hi-tech, è già così. Basta spostarsi di qualche chilometro, nel quartier generale di Huawei ad esempio, per rendersene conto. Laddove 30 anni fa c’era una piccola azienda che provava a imitare le tecnologie di rete dei grandi gruppi occidentali attraverso pratiche di reverse engineering, c’è oggi la più grande società di telecomunicazioni del mondo, un colosso da 60 miliardi di dollari di fatturato e oltre 170 mila dipendenti nel mondo.

Huawei è lo specchio di una città che nel giro di tre soli decenni è diventata una delle più grandi megalopoli del mondo, ma è soprattutto la realtà che più di ogni altra sembra incarnare i valori della seconda rivoluzione industriale cinese, quella delle aziende che hanno deciso di affrontare il mercato globale senza ricorrere necessariamente al copia e incolla, sfruttando cioè idee e progetti originali.

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– Credits: Roberto Catania

Il segreto? Sta nella ricerca e sviluppo
I quasi 4000 brevetti depositati lo scorso anno - nessuno, nemmeno Qualcomm e Samsung, ha fatto meglio - sono a lì a dimostrarlo. Ma c’è di più. C’è la volontà di reinvestire una buona fetta dei ricavi, si va in media dal 10 al 15%, nella ricerca e sviluppo. Solo lo scorso anno circa 6 miliardi di dollari sono stati redistribuiti fra i 16 laboratori di R&D che l’azienda ha costruito in tutto il mondo.

Sono i centri nei quali si progetta il futuro delle comunicazioni, a tutto campo: si va dalle infrastrutture di rete alle tecnologie per le aziende, fino ad arrivare agli smartphone e ai dispositivi personali. È proprio grazie a quest’ultimo segmento che la società è diventata nota al grande pubblico, anche quello italiano. "Prima del 2013 ci conosceva solo il 15% dell’utenza, ora siamo al 92%", ci spiega James Zou, General Manager Consumer Business Group di Huawei Italia.

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James Zou, General Manager Consumer Business Group di Huawei Italia – Credits: Roberto Catania

La ricetta per puntare in alto
La popolarità è cresciuta di pari passo alle vendite. Nel segmento dei telefonini intelligenti Huawei è oggi al primo posto in Cina, al terzo posto a livello worldwide; in Italia (dati Gfk) è seconda dietro ai coreani, ma l’obiettivo è arrivare entro breve sul gradino più alto del podio.

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Col senno di poi, si può dire che la strategia scelta da Richard Yu - l'attuale CEO della società - e dei suoi soci sia stata la migliore possibile: sfruttare inizialmente il fattore prezzo per farsi conoscere, per poi ricollocare il brand sempre più in alto, a livello dei migliori brand del mercato. Il riferimento ad Apple vien da sé, e non solo perché si tratta del marchio più citato dai manager della casa ad ogni nuovo annuncio di prodotto. Come la Mela, anche Huawei punta alla vetta del mercato, strizzando l'occhio a tutti quegli utenti che ormai considerano lo smartphone alla stregua di un oggetto di lusso.

Sarebbe un errore, però, paragonare questa realtà alle tante compagini cinesi che si limitano a scimmiottare Apple e tutti i corollari della iEconomy. Le dimensioni dell’azienda, ma anche le sue tante ramificazioni di business, ci raccontano di una realtà ben più complessa, che punta alla sintesi perfetta fra quello che c’è dentro e fuori dalle propria mura. "Sì - ammette Sim Wang, Vice President Handsets P and Mate Series - osserviamo sempre ciò che viene prodotto dalla concorrenza, ma la capacità di sviluppare il nostro prodotto viene prima di qualsiasi cosa. In questo senso la ricerca sul chipset, il cuore del telefonino, è probabilmente la parte più importante di tutto il lavoro di sviluppo".

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– Credits: Roberto Catania

Innovazione, purché sia utile
Che il lavoro svolto sull'identità del brand stia dando i suoi frutti lo si capisce anche dal numero di aziende (perlopiù orientali) che - paradossalmente - stanno cominciando a imitare Huawei; su tutti i fronti, design compreso. EMUI, l’interfaccia utente sviluppata qualche anno fa per cambiare volto ad Android, sembra essere diventata la principale fonte di ispirazione per tutta l’industria orientale dei telefonini. Chi ha acceso un telefono Made in China negli ultimi tempi, se ne sarà certamente accorto. 

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Huawei sembra stare al gioco. Anche perché sa bene di non essere l’unica azienda cinese con mire espansionistiche. Società come OnePlus, Oppo, Xiaomi, Meizu hanno già fatto capire di avere intenzioni altrettanto ambiziose.

C’è però un aspetto che fa dormire sonni tranquilli ai manager della società: nessuno fra i concorrenti - orientali e non - può vantare una così ampia visione sul business delle telecomunicazioni. “Siamo l’unica società al mondo che può coprire le tre direttrici principali della connettività: reti, apparati per le aziende e dispositivi”, ci tiene a sottolineare James Zou.

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Uno dei tanti brevetti affissi all'ingresso del quartier generale di Huawei, a Shenzhen – Credits: Roberto Catania

La garanzia arriva dalle reti
È soprattutto il background maturato nel settore networking a garantire il valore aggiunto su cui poggiano le certezze granitiche del gruppo, ormai già tutto proiettato verso il futuro delle comunicazioni mobili. I 600 milioni di dollari che la società ha investito sul 5G, lo standard ad alta velocità e bassa latenza che promette di allargare gli orizzonti delle applicazioni basate sulla trasmissione dei dati, sono lì a testimoniare qual è, in vero, il reale obiettivo della società: avere il controllo completo di tutte le tecnologie di connettività che da qui ai prossimi anni cambieranno il nostro vivere quotidiano. In casa, fuori casa, sul lavoro, persino nella mobilità.

"Una volta che hai sviluppato l’infrastruttura di rete tutto diventa più facile", ci spiega Wan Biao, president of MBB & Home Device, "puoi testare tutti i nuovi dispositivi e le nuove tecnologie; ci sono tante aziende che possono produrre smartphone, tablet, oggetti per la smart home o moduli per l’auto connessa, ma la vera differenza sta nella costruzione di un ecosistema collaudato, in cui tutto funziona".

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– Credits: Roberto Catania

Niente panico, siamo Huawei
È un concetto di innovazione che in ogni caso non prevede colpi di spugna, né tantomeno di scure. Alla business disruption della Silicon Valley si preferisce qui un modello più soft, equilibrato, nel quale si valuta ogni potenziale pericolo oltre che i possibili vantaggi. "Monitoriamo costantemente tutte le nuove tecnologie, dalla realtà virtuale a quella aumentata, dai dispositivi indossabili all’intelligenza artificiale, dall’Internet delle cose alla nuova scienza dei big data, puntualizza Lui Ting, uno dei responsabili degli Huawei Consumer Lab di Shenzhen. "Ma non dobbiamo perdere di vista l’obiettivo principale della nostra mission, semplificare la vita, fare in modo che le persone riescano a fare ciò che vogliono davvero". Lo dice pure il claim della società, Make it possible.

Una cosa è certa. Avere le spalle coperte sul fronte delle tecnologie di rete è qualcosa che assicura fiducia e stabilità a tutti gli stadi, anche a livello commerciale. "Questa azienda non conosce la parola panico", ci spiega Pier Giorgio Furcas, da qualche mese Deputy General Manager Consumer Business Group di Huawei Italia: "I dati di vendita possono anche oscillare nel corso dei mesi, ma non devono condizionare il valore e le strategie della società. Non abbiamo bisogno di svilire i nostri articoli con politiche commerciali iper-aggressive. Quando c'è il prodotto e le persone giuste i risultati arrivano sempre".

La guerra, vien da dire, è più importante della singola battaglia. Soprattutto quando si è convinti di avere tutte le armi per vincerla.

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