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Henri Seydoux, vi faccio volare con i piedi per terra

Visionario e controcorrente, con i suoi droni vuole riscrivere le regole dell'aria e realizzare il sogno di Icaro. Intervista esclusiva a monsieur Parrot

da Palm Springs (California)

Da bambino, ha imparato la pazienza di aspettare il vento per lanciargli contro aeroplanini di carta: «Ero molto bravo a costruirli e a farli volare. Conoscevo sei metodi diversi per piegare i fogli a dovere». Una cinquantina d’anni più tardi, a Henri Seydoux non serve il favore della brezza per ingannare la gravità: i suoi droni prendono quota anche quando l’aria è immobile, si comandano con il telefonino, restano appesi al cielo fino ai dintorni di un’ora. «Sono a prova di principiante. Riesco a pilotarli persino io che non sono capace di guidare una macchina, al massimo so andare in bicicletta» racconta l’imprenditore francese premendo troppo sul tasto della modestia. Perché dal 1994 a oggi con la sua società, la Parrot, ha escogitato sistemi che aiutano le piante a comunicare, dispositivi che hanno reso l’automobile connessa e interattiva quando non era né prassi né moda, accessori per esaltare la qualità della musica, elevandoli al rango di prodotti di massa.

Quella di Seydoux è una carriera lunga da inventore prolifico, da genio controcorrente allergico all’ovvio: un approccio che lo ha trasformato, nell’immaginario degli addetti ai lavori, nel gemello europeo di Steve Jobs. Cresciuto respirando cinema (il padreJérôme è il numero uno della casa di produzione Pathé, la figlia Léa la coprotagonista dell’ultimo film di James Bond), è stato giornalista e tra i principali investitori di Christian Louboutin, brand che produce scarpe di lusso. Ma la grande sfida di Seydoux, occhi chiari dai guizzi continui, completo nero e modi eleganti vecchio stile, rimane sdoganare il mondo dall’alto tramite i suoi velivoli telecomandati: solo nel 2015 ne ha venduto un milione di pezzi, guadagnando oltre 180 milioni di euro, il 121 per cento in più rispetto al 2014. Prove generali di un’invasione dalle forme molteplici: quadricotteri, idrovolanti, robot saltellanti, aerei in miniatura ad ala fissa come Disco. È l’ultima novità, svelata a Panorama in esclusiva per l’Italia tra le oasi di verde sconfinato e le distese torride di Palm Springs, in California. Scenografia ideale e praterie senza disturbi perché questo uccello percorso da sensori che registra tutto ciò che vede, decolla lanciandolo come un frisbee e atterra schiacciando un pulsante, possa esibire il suo potenziale.

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Parrot Disco in volo a Palm Springs – Credits: Brian Craig

«Eppure siamo solo all’inizio. I droni sono al punto in cui erano gli smartphone sette anni fa: la strada da fare è parecchia» ammette Seydoux.

In compenso, affascinano tantissimo.

Succedeva già a Leonardo da Vinci: il desiderio del volo era scolpito nelle macchine che disegnava. È l’essenza dell’ossessione di Icaro. Ecco, voglio assecondare quell’ebrezza senza il pericolo di bruciarsi se ci si avvicina troppo al sole.

Suggestioni mitologiche a parte?

Gli impieghi commerciali sono evidenti. Lungo due filoni: uno dall’impronta più americana, che sfrutterà questi dispositivi per la consegna delle merci e per portare la connessione a internet nelle aree in cui è assente; un altro europeo, concentrato sugli usi in agricoltura, nelle costruzioni, nell’archeologia, nella mappatura del territorio.

Dimentica le vaste prospettive per la gente comune. Nuovi modi per raccontare una festa, una vacanza, la vita di tutti i giorni.

Non è una prospettiva, è già realtà. Basta andare su YouTube o Instagram per accorgersene: foto e video realizzati con i droni sono in crescita esponenziale.

Le norme, in compenso, premono per restringere questa libertà. Per limitarla e circoscriverla.  

Sono tarate su macchine ingombranti e pesanti. Gli ultimi prodotti sono piccoli e leggeri. E poi esistono anche leggi che vietano il consumo della marijuana, ma suppongo ci sia chi la fuma comunque.

Sta invitando a ignorare le regole?

Sto dicendo che alcune sono antiquate e andrebbero adeguate. Se nella gente esiste la voglia di volare, non la si ferma.

Un ragionevole freno sono i rischi per la privacy.

Non posso negarlo. Ma non sono nemmeno paragonabili alle minacce portate da internet e smartphone. Quella propiziata dai droni è un’intrusione stimabile intorno all’1 per cento rispetto a quella a cui ci esponiamo da soli tramite Facebook, Twitter e così via.

«La tecnologia, come l’arte, inizia da un foglio di carta bianca, muove da un processo creativo. Scuote la realtà, scompagina il quotidiano, obbliga a guardarsi intorno per indovinare ciò che manca»

Tendenze solidissime i social, mentre la scommessa in rampa di lancio è la realtà virtuale. Non a caso, avete deciso di salirci a bordo anche voi.

Rendendola vera. Mostrando nel casco le immagini catturate in diretta dall’aereo durante il suo tragitto. Alla pari di un videogame, è interattivo perché risponde ai comandi del pilota, però è autentico.

Lo giudica un valido compromesso? 

Mio figlio, diciottenne, ha piazzato il suo cellulare su un drone e lo ha usato per andare a caccia di Pokémon. Io sto inseguendo esattamente questo: un incrocio credibile tra realtà e bit. Amo risolvere problemi, vincere sfide in apparenza complicate.

Ha iniziato come giornalista. Scrivere non la stimolava abbastanza?

Non ho mai smesso. Ho trovato la mia via, il mio modo di esprimermi, scrivendo software. L’anima che ci metto è la stessa di quando da giovane provavo a raccontare storie.

Con la sua azienda ne ha tracciate tante, diversissime tra loro. Producete persino vasi e sensori per le piante.

Non è una pazzia, non siamo schizofrenici. Al centro della nostra strategia ci sono i telefonini e tutto quello che può transitare o essere manovrato da questi dispositivi.

Lei è anche tra i fondatori della Louboutin. Il mondo artigianale ha influenzato in qualche modo il suo approccio al digitale?

Non per ripetermi, ma ritengo che scrivere software abbia una fortissima impronta manuale. Poggia sulle persone, si sgancia dalla produzione in serie. Lanciare un nuovo prodotto è un po’ come girare un film: puoi avere un budget da 200 milioni di euro, ma è fondamentale assemblare un’ottima storia o costruire il set nei dettagli. Non vedo grande differenza tra fare cinema, hi-tech o una buona scarpa.

A proposito di cinema, sua figlia Léa è una star di Hollywood.

Per essere sincero, all’inizio le dicevo di lasciar perdere. Pensavo sarebbe stato difficile. Sono stupito, meravigliato, di quanto sia brava. Sono felice che sia stata forte e abbia deciso di vivere la sua vita. Di esprimere la sua libertà andando fino in fondo su questa strada.

La tecnologia, invece, che direzione prenderà?

Potrebbe avvicinarsi alla biologia, grazie a programmi che insegneranno ai computer a evolversi in autonomia, a pensare, anziché a eseguire istruzioni. Alcuni matematici sostengono che l’intelligenza artificiale sarà impossibile perché richiede una quantità spropositata di energia per funzionare, un cervello grande quanto la Tour Eiffel. Ma oggi abbiamo sciolto problemi che dieci anni fa apparivano irrisolvibili. Quindi l’umanità potrebbe essere una fase di transizione tra i dinosauri e le macchine.

La sua è una compagnia francese di successo. Come spiega il ritardo dell’Europa rispetto alla Silicon Valley?

Gli americani non sono così diversi da noi, a eccezione del cibo spazzatura che amano (ride, ndr). Scherzi a parte, è ovvio che rispetto a loro ci manca qualcosa. Non dovremmo pensare a come colmare questo ritardo, che si sta ampliando, ma intercettare una via originale per il successo. Sono ottimista, la troveremo.

Oltre ai droni, cosa la appassiona?

La pittura. Non dipingo, sono un collezionista. Amo in particolare surrealismo e futurismo.

Correnti celebri per il gusto di smantellare le convenzioni. L’opposto delle regole severe a cui devono obbedire i suoi droni per volare e i suoi prodotti per funzionare.

È vero fino a un certo punto. La tecnologia, come l’arte, inizia da un foglio di carta bianca, muove da un processo creativo. Scuote la realtà, scompagina il quotidiano, obbliga a guardarsi intorno per indovinare ciò che manca, per tentare di scorgere quello che non si vede ancora.

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