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Ecco perché Google ha bisogno di mandare Apple in rovina

Basta dare un'occhiata alle ultime acquisizioni per capire che Google sta cercando una fonte di introiti diversa dalla pubblicità, oltre a un sistema per affossare Apple

– Credits: (stratageme.com @ Flickr)

La parola d’ordine nel panorama hi-tech odierno, è monetizzare. Lo sanno i grandi colossi, come Facebook, che da anni cercano di convincere il mondo che si possono fare soldi anche senza produrre nulla di concreto; lo sanno i CEO delle startup come Pinterest, che nonostante abbia siglato il record per la crescita più fulminea, ancora faticano a convincere la loro gallina a fare uova dorate; ma lo sa soprattutto Google, che per primo, negli ultimi anni, ha trovato il modo di mettere a frutto il suo sconfinato parco utenti.

Dai primi anni 2000 ad oggi, Google ha battuto cassa seguendo una semplice quanto proficua ricetta: moltiplica i tuoi utenti offrendo gratuitamente servizi sempre più efficienti, ottieni più informazioni possibili su di loro e rivendile agli inserzionisti. Fino al 2008, gli ad pubblicitari hanno costituito il 99% degli introiti di Mountain View, poi, a causa di una limitata ma progressiva diversificazione degli investimenti, questa quota è scesa fino all’85%.

Oggi, Big G stringe ancora saldo lo scettro di imperatore dei search Ad, ma gli executive Google sono troppo furbi per sedersi su degli allori tanto effimeri. Perché è vero, gli ad personalizzati oggi vanno forte, al punto che alcune tra le più potenti aziende dell’hi-tech basano su di essi la propria sopravvivenza; ma chi conosce la pubblicità sa che nessun trend è destinato a durare immacolato. È successo per la pubblicità nei quotidiani, è successo per gli spot televisivi, prima o poi arriverà qualcosa che scalzerà anche gli Ad basati sulle ricerche web.

Di fronte a uno scenario simile, Google può fare una sola cosa: trovare un’altra fonte di monetizzazione, possibilmente lontana dal settore pubblicitario, possibilmente facendo emergere una nicchia poco sfruttata. Il fatto che a Google non bastino più gli introiti pubblicitari si capisce anche dando un’occhiata alle ultimi acquisizioni. Motorola, BufferBox, Boston Dynamics, Makani Power, ma soprattutto, Nest: sono tutte compagnie che offrono prodotti e servizi che non si appoggiano minimamente sul comparto pubblicitario. E se Motorola può essere considerato un mezzo passo falso , Nest rappresenta la vera acquisizione di peso, quella che potrebbe mettere Google in condizioni di soffiare sul collo di Apple dal lato dell’hardware.

Aspetta, stai parlando della Nest che intendo io, quella che produce termostati di lusso e allarmi antifumo? Precisamente. Ora, potrei stare qui con il telescopio puntato all’orizzonte, descrivendo un futuro prossimo in cui le case saranno domotizzate e tutti gli elettrodomestici intelligenti che le regoleranno avranno il marchio di Google. Ma la ragione che rende i 3,2 miliardi dell’acquisizione di Nest un potenziale colpo allo strapotere hardware di Apple, è assai più visibile.

Rilevando Nest, Larry Page ha portato nelle sue trincee Tony Fadell, ex-capoccia Apple, uno di quelli che possono vantare il merito di aver contribuito a ideare l’iPod e l’iPhone. Non solo. Dal momento che a Fadell piace lavorare con persone fidate, a Google sono arrivati un centinaio tra ingegneri ed esperti di marketing che un tempo lavoravano a Cupertino e che ora potranno mettere la propria esperienza al servizio di Google.

Insomma, mentre Apple cerca di capire come uscire dall’angolo hardware in cui l’hanno spinta Samsung e Android, Google investe cifre da capogiro in settori che ancora devono esplodere, e lo fa con un team di esperti che proprio a Apple si sono fatti le ossa. Ricordate il termostato Nest? Quello che solo un anno fa vi aveva fatto alzare un sopracciglio di spocchia? Costa 250 dollari, eppure Nest ne vende già 50.000 ogni mese . Segno che forse, il futuro in cui Google dominerà anche il settore hardware non è poi così lontano.

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