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Google Assistant? Sarà meglio del touch screen

Dall'interazione tattile alla conversazione: così Big G promette di rivoluzionare il nostro rapporto con la tecnologia. A tutti i livelli

Quanti gradi di separazione ci sono fra noi e un qualsiasi dispositivo tecnologico? Tanti, troppi. Intendiamoci, gli smartphone e i dispositivi “touch” sono un’innovazione formidabile, soprattutto se paragonati ai vecchi computer con mouse e tastiera, ma il numero di operazioni che dobbiamo effettuare per avere una risposta da una generica macchina dotata di intelligenza (in gergo si parla di sistema operativo) resta ancora considerevole.

“Pensiamoci bene. Se vogliamo sapere quali sono i migliori ristoranti nella zona, dobbiamo - nella migliore delle ipotesi - estrarre il nostro telefonino dalla tasca, sbloccarlo, aprire un’applicazione, effettuare una ricerca e attendere la risposta di un server”.

Google vuole parlare con noi


A parlare è Gummi Hafsteinsson, l’uomo che dirige il più importante progetto di intelligenza artificiale mai partorito da Google. Stiamo parlando ovviamente di Google Assistant, il maggiordomo virtuale che dovrebbe semplificare il nostro rapporto con la tecnologia sfruttando un'interfaccia basata perlopiù sui comandi vocali. Il condizionale è d’obbligo giacché - ed è la stesso Product Management Director di Google ad ammetterlo - quella dell’assistente tuttofare capace di ascoltarci ed esaudire ogni nostro desiderio è una storia ancora tutta da scrivere.

"Siamo agli albori di una nuova era, e non è detto che ciò che vediamo oggi sia il sistema che utilizzeremo fra 5 o 10 anni, ma la strada è segnata: vogliamo rinnovare il rapporto fra gli utenti e la tecnologia, seguendo un approccio più naturale. Assistant rappresenta in questo senso l’ennesimo passo in avanti verso un modello di interazione basato sulla conversazione, qualcosa che conosciamo fin da bambini. Vogliamo che la tecnologia si adatti alla nostra vita proprio come farebbe un essere umano, in tutti i campi: in casa, al lavoro, in auto".

La differenza con Google Now (e i serivizi della concorrenza)
Annunciato un anno fa di questi tempi, Google Assistant è al momento disponibile per gli utenti (anglofoni o tedeschi) che utilizzano uno smartphone Pixel o uno speaker Home, nonché per chi utilizza Allo, l'alternativa di Google a WhatsApp e alle altre piattaforme di messaggistica. Ma l’obiettivo a breve e medio termine è estendere la disponibilità del servizio a un numero sempre più alto di persone. "Abbiamo appena annunciato la compatibilità con i dispositivi mobili aggiornati a Nougat e Marshmallow, allo stesso modo stiamo lavorando per aumentare il numero di lingue supportate”, spiega Hafsteinsson sottolineando le tre direttrici principali sulle quali si stanno concentrando gli sforzi del suo team: la capacità di dialogare - letteralmente - con gli utenti, la comprensione del contesto e la personalizzazione dell’esperienza in base al singolo interlocutore.

Non si tratta di una mera interrogazione vocale, puntualizza il responsabile, ci sono già altri servizi che permettono di conoscere le previsioni del tempo, controllare gli impegni sull’agenda o ricevere un suggerimento sui migliori ristoranti della zona. "Qui si punta a instaurare una vera e propria conversazione".

Il vantaggio di Google Assistant rispetto ad altre iniziative analoghe, anche della stessa Google - si pensi ad esempio a Google Now - sta proprio qui: nella sua capacità di riconoscere il contesto e effettuare collegamenti fra applicazioni diverse. "Possiamo chiedere all’assistente di indicarci cosa fare in nuova città, e poi approfondire il discorso chiedendogli quali sono i musei e le chiese aperte a quell’ora e fornirci le indicazioni per arrivare a destinazione, proprio come faremmo in una conversazione con un essere umano".

Aperto a tutte le applicazioni
Tutto ciò è reso possibile dalla natura aperta del framework su cui è costruito Google Assistant, una piattaforma capace di aggregare dati provenienti da diverse fonti, anche di terze parti, e di incrociarle fra loro. Il nostro interlocutore non si sbilancia circa la possibilità di vedere Google Assistant “annegato” all’interno di alcuni servizi di larghissimo consumo (WhatsApp o Messenger, tanto per citare le principali), ma fa chiaramente capire che Google ha tutto l'interesse ad aumentare la compatibilità con le applicazioni esterne.

"Già oggi possiamo chiedere all’assistente di avviare la riproduzione del nostro brano preferito, e di farlo utilizzando un qualsiasi servizio di streaming, da Google Play Music a Spotify". Ma non solo. Google Assistant comprende anche le esigenze personali e ricorrenti, ad esempio quelle che riguardano le nostre preferenze gastronomiche, così da filtrare in modo più accurato le risposte. "Possiamo far sapere all’assistente che siamo vegetariani o che non gradiamo i ristoranti cinesi, cosicché ne tenga conto a tutte le richieste successive".

Già ma come la mettiamo con la privacy? "I dati vengono resi anonimi e salvati nel profilo utente", ci tiene a precisare Hafsteinsson. "È molto importante che ci sia la massima trasparenza su questo aspetto, gli utenti devono avere pieno controllo su quello che accade ai loro dati, ivi compresa la facoltà di cancellare parzialmente o completamente le attività".

Ciò non significa che i dati registrati non possano essere utilizzati per finalità diverse da quelle immaginate dall'utente. "Trattiamo questi dati in modo simile a quelli delle ricerche su Google", si legge sulla pagina delle FAQ pubblicata da Google, il che vuol dire che "le interazioni possono essere utilizzate per fornire annunci pubblicitari più utili".

Assistant è l'anima della nuova Google?
Ok, ma dove vuole e può arrivare Google di questo passo? Senza andare troppo in là con le previsioni, si può senz’altro dire che Assistant sia stato programmato per diventare la nuova porta d'accesso a Google e a tutto il suo ecosistema di servizi. Il che pone dei legittimi interrogativi circa i cambiamenti che - parallelamente - potrebbero innescarsi nel modello di business del colosso californiano.

Google non vuol farci muovere un dito. Ma è davvero un bene?


Se oggi la grande G guadagna dalle inserzioni pubblicitarie inserite all’interno dei risultati di ricerca, cosa succederà quando l'interazione con le macchine sarà interamente basata sulle conversazioni vocali? "È ancora presto per dirlo", ammette Hafsteinsson, "per il momento vogliamo concentrarci sullo sviluppo del prodotto, senza perdere di vista quello che in fin dei conti è il nostro obiettivo da sempre: offrire le migliori risposte che l’utente possa aspettarsi, sia in termini di rilevanza - i suggerimenti su un ristorante dovranno privilegiare la qualità e non gli investimenti degli inserzionisti, promette il responsabile - sia per ciò che riguarda le preferenze personali".

Non è detto poi che tutto passerà per la voce. "Parliamo di conversazione nel senso più largo del termine; certo ci sono degli ambiti in cui l’interazione vocale è preferibile - pensiamo ad esempio alla casa o all'esperienza in auto - altri nelle quali potrebbe essere più conveniente mettere mano a un dispositivo".

Il futuro, insomma, è ancora tutto da scrivere. Nel dubbio, è meglio non lasciare nulla di intentato (o al caso). I progressi compiuti dalla concorrenza - da Siri ad Alexa, da Cortana ai chatbot di Facebook - sono lì a testimoniare quanto sia alto l’interesse (e il livello di investimenti) di tutta l’industria digitale sul tema. Per continuare a dettare legge nel mondo dei servizi Web servirà sempre più intelligenza. Soprattutto artificiale.

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