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Perché le auto di Formula 1 sono incredibilmente sicure (e scomodissime)

Progettate nei dettagli per resistere a incidenti gravi, all'interno sono roventi e poco inclini al comfort dei piloti  

La partenza di un GP di Formula 1 – Credits: Phil@Flickr

In Formula 1 gli incidenti, anche brutali, anche a loro modo spettacolari, non sono purtroppo l’eccezione. Capitano. E anche abbastanza spesso. Eppure (vedi Raikkonen nell’ultimo Gran Premio d'Inghilterra, lo scorso 6 luglio) generalmente i piloti ne escono un po’ claudicanti, comunque senza conseguenze gravissime. Il merito è dell’eccellenza costruttiva, dell’enorme lavoro di ingegneria, degli accorgimenti studiati al minimo dettaglio che popolano le loro vetture. Un obbligo, scritto a chiare lettere fino alla più piccola minuzia nei regolamenti della competizione.

Come ricorda l’edizione americana di Wired, un elemento vitale è rappresentato dalla monoscocca, lo scheletro delle auto, il cardine della loro carrozzeria. Comprende l’abitacolo e, il riferimento è più che evocativo, lo spazio di sopravvivenza del pilota. È tutt’intorno a quest’area che trovano posto strutture deformabili a prova di urto, che assorbono l’energia scatenata in caso di un episodio violento come un incidente, più una struttura di sei millimetri di carbonio e Zylon, un materiale che è presente anche nelle armature. Insomma, tra l’interno e l’esterno è presente un’autentica corazza.

Può attutire i colpi, ma poco o nulla riesce a fare qualora si dovesse scatenare un incendio a bordo. È il motivo per cui i bolidi viaggiano con l’equivalente di un estintore incorporato, un sistema che spruzza una schiuma in grado di domare le fiamme. È azionabile dal pilota oppure, qualora non fosse in condizione di riuscirci, anche a distanza dai funzionari della corsa. E si concentra soprattutto sul motore, dove il fuoco potrebbe fare tantissimi danni.

In seguito a un incidente, il pilota può essere estratto dal veicolo con tutto il sedile, per evitare che la sua spina dorsale subisca danni. E poiché ogni attimo è prezioso, poiché tutto deve avvenire in modo rapidissimo, prima della gara ognuno dei partecipanti deve dimostrare di riuscire a uscire dalla macchina nel tempo massimo di cinque secondi. Non a caso la cintura di sicurezza, che pure è fissata in sei punti, si sgancia con un solo tocco.

A questi elementi meccanici si unisce una buona dose di tecnologia. Una sorta di scatola nera memorizza la velocità al momento dell’impatto, così i medici possono potenzialmente valutare quanto la situazione è grave. Le tute sopportano temperature fino a 800 gradi Celsius per circa undici secondi senza che quella percepita all’interno superi i 41 gradi: contando che l’evacuazione deve avvenire in cinque secondi, il tempo è più che sufficiente. Il casco, infine, ha un sistema chimico antinebbia integrato, per evitare che la parte trasparente si appanni compromettendo la visibilità.

Insomma, sembra proprio che in Formula 1 si sia pensato a tutto per contenere gli effetti dei frequenti impatti di uno sport che combina adrenalina, velocità e pericolo. Certo, in cambio di tanta sicurezza c’è un prezzo da pagare. Quel prezzo è il comfort dei piloti, che siedono con un’inclinazione della schiena all’indietro ben pronunciata, con le gambe piegate e all’altezza quasi degli occhi. Una posizione innaturale, su cui alla lunga comunque i muscoli possono fare l’abitudine.

Ciò che è più complesso sopportare sono i due corollari, non proprio simpaticissimi: il fondoschiena dei piloti è separato da una barriera di pochi centimetri dal terreno. Significa che ogni variazione, ogni saltello, ogni irregolarità, è avvertita dal corpo. Inoltre a bordo fa caldo, caldissimo. La temperatura interna raggiunge facilmente i 50 gradi centigradi. È stato calcolato che nel giro di due ore, in queste condizioni, solo di sudore si perdono quasi tre chili di peso. Si arriva al traguardo al sicuro, ma di certo non all’asciutto.          

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