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Ecco come un tredicenne (artificiale) ha superato il test di Turing

Eugene Gootsman ha 13 anni, è ucraino ed è una macchina. Ma il 33% di chi ci parla non se ne rende conto. Il traguardo che Turing aveva ipotizzato sembra essere stato raggiunto. Ecco cosa significa

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– Credits: Dita Actor @ Flickr

Se provate a chiacchierare oggi con Eugene Gootsman , è probabile che vi troverete a fissare una pagina bianca con scritto “Servizio Temporaneamente Non Disponibile”, ma fino a poche ore fa, prima che a tutto il web venisse voglia di farci due chiacchiere, a quello stesso indirizzo, era possibile porre qualsiasi genere di domanda a un ragazzo ucraino di 13 anni, e ricevere risposte sensate.

Direte voi: che c’è di così interessante? C’è che Eugene Gootsman non è un ragazzino di 13 anni, è un software, un chatbot, o se preferite un’intelligenza artificiale, ed è stato programmato con il preciso intento di far credere ai suoi interlocutori di non essere una macchina. Sabato, nella cornice del 60esimo anniversario dalla morte di Alan Turing , Eugene Gootsman è riuscito nell’intento per cui è stato sviluppando, piantando quella che già per molti è una pietra miliare nella storia delle intelligenze artificiali.

E ora un po’ di storia: Siamo alla fine degli anni ‘40, il mondo non ha ancora mai sentito parlare di Intelligenza Artificiale, ma da quasi dieci anni c’è un brillante scienziato inglese di nome Alan Turing che sta studiando le possibilità insite in una branca che lui stesso ha definito “Computer Intelligence”. Nel 1950, Turing pubblica uno studio intitolato “Computing Machinery and Intelligence”, in cui per la prima volta descrive un test che dovrebbe aiutare l’uomo a valutare se una macchina ha raggiunto un grado di intelligenza tale da ingannare un interlocutore.

Il test prevede che una serie di soggetti prendano parte a un dialogo con un interlocutore che non possono vedere, ognuno ha a disposizione cinque minuti di tempo per fare all’interlocutore le domande necessarie a valutare se si tratti o meno di una macchina. Il software che sarebbe riuscito a ingannare almeno il 30% dei partecipanti, avrebbe passato il test.

Turing aveva predetto che le macchine avrebbero raggiunto questo traguardo entro la fine del secolo scorso. Oggi, con almeno 14 anni di ritardo, pare che quel giorno sia arrivato. Nella giornata di sabato, presso la Royal Society di Londra, Eugene Gootsman (un software sviluppato in Russia) ha messo nel sacco il 33% dei partecipanti all’esperimento, aggiudicandosi la palma di “vincitore”.

Non è la prima volta che qualcuno millanta di aver passato il Test di Turing, e anche questa volta l’evento ha sollevato un certo polverone. C’è chi infatti accusa il team di sviluppatori di aver scelto una scorciatoia furba, creando non una macchina in grado di pensare come un uomo, ma come un ragazzino. Trattandosi infatti dell’equivalente artificiale di un ragazzo di 13 anni, Eugene poteva oppore una sostanziale alzata di spalle ad alcune domande, senza suscitare troppe perplessità: dopotutto, da un adolescente che non ha ancora superato la boa della pubertà ci si aspetta che possa non sapere alcune cose.

Comunque sia, per ora quello di Eugene Gootsman è un indiscutibile successo che farà parlare e, nella speranza di molti, porterà attenzione su quello che sta diventando un argomento fondamentale del panorama hi-tech e non.

A poche ore dalla notizia, infatti, in molti hanno cominciato a delineare scenari futuri in cui il cybercrimine la farà da padrone. Il ragionamento è questo: fino ad oggi il Test di Turing è stato un’arma fondamentale per stanare software maligni studiati per ingannare utenti e addetti ai lavori, se le intelligenze artificiali riusciranno a volare sotto i radar, ci sarà bisogno di rafforzare i sistemi di sicurezza, ormai destinati all’obsolescenza.

Ma l’altro importante orizzonte reso manifesto da Eugene, ha a che fare con il nostro modo di interfacciarci alla tecnologia. Mentre il team russo pianta la sua bandierina su questo traguardo, infatti, dall’altra parte del mondo c’è chi sta lavorando per creare un’intelligenza artificiale talmente potente da essere in grado non solo di comprendere e utilizzare il nostro linguaggio, ma di sviluppare un livello intellettivo così elevato da sfuggire alla nostra comprensione.

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