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Ecco come la tecnologia rivoluzionerà le nostre vite. Di nuovo

Un assaggio di domani da Research@Intel, l'annuale kermesse dove si mette in mostra il futuro

da San Francisco

C’è lo scaffale intelligente, che al supermercato ci riconosce non appena ci avviciniamo con il carrello e ci mostra su un piccolo display i nostri alimenti preferiti e quelli che è il caso di evitare perché siamo allergici a un ingrediente. È solo l’inizio, perché ci suggerisce anche qual è il vino perfetto da abbinare al piatto forte della cena oppure, in altri reparti, gli accessori compatibili con la nostra automobile, il telefonino, il tablet, il lettore mp3, così non dobbiamo più impazzire dietro sigle, scrittine invisibili, dubbi atavici di fronte al rischio di un acquisto sbagliato.

C’è l’automobile inflessibile, dal piglio militare, per missione e vocazione più concentrata di noi: rileva ogni movimento degli occhi e l’attività celebrale, secondo dopo secondo, per capire se siamo attenti alla guida e per lanciare un allarme, una tiratina d’orecchie sonora, se picchiettiamo una volta di troppo sul cellulare o, peggio, stiamo quasi per addormentarci. E non è ancora niente. Perché ci sono pure i tombini con sensori che notificano a sindaco, giunta, assessori e ufficio tecnico competente, in tempo reale, quando stanno per riempirsi, potrebbero tracimare causa pioggia, dunque è il caso di fare qualcosa per evitare che una strada si allaghi.

E che dire della casa smart, molto più smart di telefonino e televisione, visto che non telefona, né va sui social network o scatta foto a mitraglia, ma brilla di pragmatismo. Ecco che appena suona la sveglia apre le tende, mette su il caffè e, all’occorrenza, ci dà il buongiorno con una voce non troppo metallica. E no, non siamo finiti nel mezzo del prossimo blockbuster fantascientifico di Hollywood perché questo, semplicemente, è il domani. O almeno il suo volto hi-tech. È un assaggio di come cambierà la nostra vita da qui ai prossimi cinque, massimo dieci anni. Una cartolina dal futuro spedita da chi a quel futuro lavora tutti i giorni e ci si avvicina a falcate larghe, ottenendo risultati incoraggianti. Ricercatori da tutto il mondo, tanti provenienti da università blasonate, altri da facoltà di nicchia ma forti di un’idea sorprendente, da Taiwan come da Shanghai, dalla Germania come da Santa Clara, in California, a due passi da qui. Tutti riuniti a San Francisco per Research@Intel, tradizionale (e, va detto, riuscita) kermesse organizzata dal colosso dei microprocessori per svelare, mostrare, far toccare con mano, o solo con un tratto leggero di touch, un pezzetto di 2020 e dintorni.  

«Il fine ultimo del nostro lavoro è l’arricchimento delle vite di ognuno di noi. In modo concreto, tangibile» spiega durante il suo keynote introduttivo Justin Rattner, vicepresidente e CTO (chief technology officer, cioè il responsabile di tutta la tecnologia) di Intel. Che con spirito pratico non si dilunga in chiacchiere e presenta un’altra innovazione sviluppata in collaborazione con la Carnegie Mellon University di Pittsburgh: si chiama «Smart headlight» ed è un meccanismo in grado di migliorare la visibilità del guidatore quando fa brutto tempo. Prima era tarato solo sulla pioggia, ora funziona anche quando c’è una tempesta di neve. Un’aggiunta niente male visto che si tratta di un problemone da 800 mila incidenti, 200 mila feriti e 3 mila morti in un anno solo negli Stati Uniti.

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L’idea, ovvia ma forte, essenziale, è che teoria e pratica si sposano, che ogni cosa è pensata in funzione del suo uso, della sua ricaduta. «D’altronde la tecnologia è ovunque e deve farsi trovare pronta quando ne abbiamo bisogno» commenta Steve Brown, evangelist della Intel. Il suo lavoro? Affascinante: capire dove saremo tra cinque, dieci, vent’anni. Su questa terra e non su qualche pianeta sperduto, almeno si spera. Ragionando su basi concrete, non lanciandosi in voli pindarici: «Ci saranno le macchine che si guidano da sole? Forse. Le useremo? Non credo. Perché l’hi-tech non basta a se stesso per superare una barriera. Deve fare i conti con quelle della sicurezza, con freni di tipo finanziario». Come dire, nel disegnare scenari coniugati al futuro, è necessario tenere in conto oltre ai paletti logici quelli che sono gli interessi in gioco e che margine c’è, se c’è, per aggirarli. Triste? Cinico? Porsi il problema può essere un avvio della soluzione.

«Quel che è sicuro» aggiunge Brown «è che è cambiato del tutto il nostro approccio. Prima si lavorava partendo dal transistor, per passare ai chip, al software e arrivare infine alla user experience. Adesso è tutto l’opposto, la user experience è il punto di partenza, la leva da cui si muove ogni cosa. La vita è difficile, è un autentico caos, ecco perché servono dispositivi in grado di capire chi li usa, di tenere al sicuro i loro segreti, di dimostrarsi intelligenti e allo stesso tempo d’aiuto. Di sapere in che contesto si trovano e agire di conseguenza».

Il tema è centrale, soprattutto in un quadro in cui la tecnologia sarà ovunque, sovrabbondante, invasiva. «La paura» dice la ricercatrice Jennifer Healey «è, in sostanza, che gli oggetti non ci capiscano. Che diventino fastidiosi. Mettiamo il caso che io al mattino non voglia mai del caffè, ma grazie all’internet delle cose tutti i giorni, in automatico, mi verrà chiesto dalla caffettiera se ne voglio una tazza. Fa solo il suo lavoro, è vero, ma alla lunga diventerebbe un incubo. Ecco perché è importante che ci sia un bagaglio di miei dati personali, chiamiamolo “my net”, che memorizzi le mie informazioni e le renda disponibili all’occorrenza. Non parlo di oversharing, non è necessario che la macchina del caffè o la sveglia scarichino le mie transizioni finanziarie, ma devono poter avere accesso alle mie preferenze rilevanti per il loro compito».

Nei prossimi anni il tema chiave sarà «personal data», come alternativa soft al mostro di «big data», che sa tutto di tutti e tutto ascolta e memorizza e rielabora. Si parlerà di «intranet delle cose», ovvero di una rete chiusa che raccoglie le informazioni di ognuno e le tiene al riparo da altri occhi indiscreti, come completamento dell’internet delle cose. Perché, e così il cerchio si chiude, pensare che il futuro sarà soltanto un cumulo di dispositivi di chissà quale generazione con sfavillanti effetti speciali di serie, trascurando l’enorme universo immateriale che gli si svilupperà intorno, non è un semplice difetto di prospettiva. Significa guardare il domani con le lenti di oggi. E mai visione potrebbe risultare più distorta.

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