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E se i robot avessero dei figli?

Secondo esperti e studiosi gli automi diventeranno talmente parte della nostra società da voler essere anche genitori. Tutto grazie a Star Trek

“Abbiamo bisogno di ragionarci seriamente, dobbiamo capire cosa vuol dire essere umani”. Sono le parole di Ingvil Hellstrand, ricercatrice della Stavanger University in Norvegia che ha pubblicato uno studio sulla società del futuro, quella in cui robot e automi potrebbero essere più di semplici elettrodomestici o macchine di supporto al lavoro. In un mondo che cresce rapidamente, lo studio sull’intelligenza artificiale ha permesso di compiere progressi rilevanti, portando allo sviluppo di macchine che non solo possono imitare il comportamento dell’uomo (è il caso dei robot calciatori della RoboCup) ma che somigliano talmente tanto a noi da ingannare persino gli osservatori più attenti (provate a dare un occhio a ciò che ha presentato Toshiba a gennaio e alle soluzioni della Kokoro).

È chiaro che nei prossimi anni macchine del genere avranno la possibilità di integrarsi perfettamente nel tessuto sociale, senza l’obiettivo primario di rubare all’uomo il posto di lavoro ma semplicemente per aumentare le possibilità interattive tra l’organico e il digitale, in un’esperienza che sarà l’intersezione migliore dei due mondi sempre meno paralleli.

Stando alla tesi di Hellstrand, pubblicata sul sito dell’Università, parte delle innovazioni tecniche che riguardano i robot sono dovute anche al cinema e alla produzione culturale fantascientifica, in grado di immaginare la vita del domani spaziando apertamente tra il possibile e l’improbabile. Fateci caso: le pellicole sono passate dagli Skynet di Terminator pronti a spazzare via la razza umana alle infatuazioni di Joaquin Phoenix in Her; quel rapporto una volta considerato minaccioso è diventato nell’industria culturale qualcosa di più intimo, tanto da spingere sociologi, antropologi e scienziati a considerare seriamente la possibilità che le due razze (uomo e macchina) possano avere simili intelligenze e un rapporto amichevole duraturo, che non si traduca nel continuo desiderio di far saltare l’altro per aria ogni due minuti.

Punto di riferimento della studiosa norvegese è Data, il robot umanoide presente in “Star Trek: The Next Generation”. Interpretato da Brent Spiner, Data è un dispositivo dall’intelligenza avanzata che vuole imparare come si comportano gli uomini. È egli stesso a dedurre che essere genitori è una parte importante dell’esperienza umana e per questo decide di viverla in prima persona, trasferendo parte del suo cervello in quello di Lal, sua figlia, che però vivrà lo spazio di un episodio.

Permetteremo dunque agli automi di riprodursi per far si che comprendano cosa voglia realmente dire essere padri o madri? Per Hellstrand non sarebbe così strano: “Le questioni sul diritto di riproduzione, identità e appartenenza riguardano il modo in cui intendiamo gli esseri viventi. Si tratta di argomenti che come società stiamo affrontando. In tempi in cui ci affidiamo costantemente alla tecnologia, anche per avere figli, possiamo considerarci già dei cyborg – spiega – cosa cambia quando invece di essere noi a spingerci verso il loro mondo sono i robot stessi a voler essere un po’ più umani?”. 

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