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Dati e privacy, pericoli e opportunità

Un incontro a Roma voluto dall'Autorità Garante per la protezione dei dati personali ragiona sul peso crescente delle informazioni nell'era digitale

Lo strapotere delle piattaforme digitali, dei colossi informatici della Silicon Valley e i pericoli che questo dominio si trascina dietro, con ricadute sul piano politico, economico, sociale, più in generale sulla vita di ogni individuo. In parallelo, però, le opportunità legate al crescente peso dei dati nel quotidiano, a quell’oceano di informazioni oggi disponibili in modo via via esponenziale, che apre a innovazioni a tutto tondo, dalla medicina fino alla burocrazia. Sono alcuni dei temi emersi questa mattina a Roma durante il convegno «Big data e privacy. La nuova geografia dei poteri» organizzato in concomitanza con la giornata europea della protezione dei dati personali.

Ad aprire i lavori, Antonello Soro: «Un numero esiguo di aziende possiede un patrimonio di conoscenza gigantesco e dispone di tutti i mezzi per indirizzare la propria influenza verso ciascuno di noi» ha detto il presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, sottolineando i rischi di «condizionamenti decisivi», frutto di «un potere che si affianca, fino a quasi sopraffarlo, alla tradizionale autorità statuale e che, diversamente da questa, è meno visibile e prescinde dalla legittimazione e dal circuito della responsabilità».

Soro legge questo scenario anche come frutto di una crisi dei corpi intermedi, che consegna alle piattaforme digitali il ruolo di diventare mediatori di realtà. All’occorrenza di scrivere, lo si intende tra le righe del suo ragionamento, una narrazione dell’attualità curvata sui loro interessi o su quelli dei loro gruppi di riferimento. Come porre rimedio contro questo «indebolimento delle nostre democrazie»? Innanzitutto con riforme del quadro giuridico ad hoc come quelle in atto a livello comunitario, ma che da sole non bastano, sono parziali: «Se una buona regolamentazione è essenziale, penso sia necessaria una nuova consapevolezza da parte delle opinioni pubbliche».

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Anna Finocchiaro e Antonello Soro durante il convegno – Credits: ANSA/GIUSEPPE LAMI

Urgenza condivisa anche da Anna Finocchiaro, ministro per i rapporti con il Parlamento, che ha chiuso la mattinata esortando alla «necessità di recuperare un senso comune, di fronte a un orizzonte che ha scompaginato le nostre regole». Ci muoviamo in un universo, quello tecnologico, «in cui tempo e luogo diventano astrazioni replicabili ovunque. In cui si vive l’equivoco di indicare la rete come un luogo di democrazia diretta. La tastiera conferisce una potenza illusoria, per cambiare il mondo servono forze organizzate capace di dare risposte complesse a problemi complessi».

«È vero che sappiamo più cose» rileva ancora il ministro «ma non sappiamo più i perché, siamo dentro un paesaggio che dà le vertigini per la sua immensità». «Si stanno profilando autentiche repubbliche digitali» s’inserisce nel dibattito Giulio Tremonti: «Uno stato viene definito dalle sue strade, ed ecco le autostrade informatiche. È caratterizzato dalla capacità di battere moneta, e su internet troviamo i bitcoin. La rete funziona come un’agorà, offre ampie piattaforme di discussione». L’esito, per l’ex ministro dell’Economia, è l’alba di «una nuova geografia di rapporti, di un ritorno al mercantilismo». Con la deriva, di nuovo, che possa sfuggire di mano alla vigilanza e alle garanzie delle classiche autorità, degli Stati e delle organizzazioni sovranazionali: «Non mi farei grandi illusioni sulle legislazioni europee» osserva Tremonti «vista la crisi strutturale dell’Unione».

«Un numero esiguo di aziende possiede un patrimonio di conoscenza gigantesco e dispone di tutti i mezzi per indirizzare la propria influenza verso ciascuno di noi. Un potere che si affianca, fino a quasi sopraffarlo, alla tradizionale autorità statuale»

Questioni di controllo a parte, altro punto essenziale è la disparità di accesso: «Se non gestita in modo corretto, la rivoluzione dei dati aumenterà i divari tra i Paesi, tra i soggetti economici, tra chi li sa usare e chi no, tra chi è capace di estrarvi conoscenze e chi fallisce in questo senso» spiega Enrico Giovannini. «I dati sono un asset» rimarca «sono valore. Sono un veicolo d’innovazione, generano ricchezza. Capirlo vuol dire scegliere il futuro. Con un unico corollario: educare, educare, educare».

Teorie e ragionamenti a parte, il convegno è stata un’occasione per fare alcuni esempi pratici delle applicazioni dei Big Data nel settore pubblico. Diego Piacentini, commissario straordinario per il digitale, prima si è soffermato sulle questioni della privacy legate all’utilizzo delle informazioni di bit («anonimizzare i dati è un problema tecnologico» ha detto), poi ha raccontato che uno dei suoi obiettivi è una chat con la pubblica amministrazione che risponda alle domande dei cittadini in tempo reale sfruttando l’intelligenza artificiale. Una tecnologia che colossi come Facebook hanno già introdotto da quasi un anno (qui la spiegazione in esclusiva a Panorama.it di uno dei loro creatori) e che potrebbe semplificare non poco la vita quotidiana.

«Per esempio» dice Piacentini «basterà scrivere “come apro un punto vendita?” e si leggerà la risposta sullo schermo con l’iter necessario». Un sogno? Piacentini congedandosi cita l’attore Gene Wilder e il suo «Si può fare». Come già si sta realizzando il futuro tratteggiato da Stefano Ceri, professore al Politecnico di Milano con esperienze a Stanford: la parola chiave è «bioinformatica», l’uso delle macchine per analizzare le malattie, le loro mutazioni, i loro sviluppi in base al profilo genetico del paziente. L’esito è una «medicina individualizzata, in grado di intercettare per ognuno il trattamento giusto», tagliato addosso del singolo come se fosse un abito su misura.

Anche il ricorso alla lente d’ingrandimento dei dati nel campo della genetica reclama sfide sul piano della privacy: «In base ai rischi genetici le assicurazioni potrebbero decidere chi assicurare e chi no. Così come le imprese, che potrebbero assumere candidati con un profilo favorevole escluderne altri». Torna, in modo cruciale, un doveroso bilanciamento tra costo e beneficio, tra etica e scienza, tra la spinta verso l’innovazione e la necessità di gestirla con oculatezza, nel pieno rispetto dell’individualità del singolo, molto più preziosa di qualunque dato.

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