Sono stato scelto: ho messo il mio corpo al servizio della scienza, ma non temete, non correvo grossi pericoli. Mentre la mia sedia mi accoglieva, ho indossato una maschera frutto dell'innovazione tecnologica, l'ultima novità nel campo della realtà virtuale. La indossi e, stando seduto, ti ritrovi "il cielo in una stanza", ti catapulti ovunque su su verso il cielo e giù verso la profondità del mare e della terra, ora essere alato, ora uomo-pesce.

Novello Avatar, io che sono rigorosamente induista, mi sono "incarnato" in un essere trascendente più che umano e così ho sorvolato i cieli dell'Islanda, ho visto crateri di vulcani, praterie percorse da cavalli in corsa, scogliere in un mare in tempesta, ma in questa esperienza non mi sono sentito libero dal mio corpo. Continuavo a percepire la mia sedia sotto di me, non ero me stesso libero, ero occhi che guardavano il mondo senza poter guardare il proprio corpo.

Mi si è materializzata nella mente l'immagine del terzo occhio, ricordo dei miei viaggi in India. Quando da bambino lo vidi per la prima volta disegnato sulla fronte delle tante persone che mi passavano accanto per le strade di Bangalore, non ne capii il significato, poi mi spiegarono che rappresentava un occhio spirituale, considerato la sede della più importante terminazione nervosa del corpo umano, ma solo adesso, dopo aver indossato la maschera, ho dato un senso a quelle parole. Non è una inutile replicazione degli altri due, ma una realtà virtuale non percepibile con i sensi già a nostra disposizione, non è come vedere da un aereo perché ovunque girassi la testa lo sguardo spaziava.

Certo è anche vero che prima di arrivare a questo punto il mio amico Guido, giornalista di Panorama, ha dovuto sudare ben più di una camicia. Per avviare la riproduzione sono necessarie due operazioni semplici. Semplici nella stragrande maggioranza dei casi, ma impossibili per me: centrare con gli occhi un puntatore e cliccare contemporaneamente un tasto laterale alla maschera. Allora Guido centrava il puntatore, avviava e mi passava la maschera, ma appena tolta dagli occhi resettava i comandi e così io non vedevo niente.

Allora ho provato a centrare il puntatore e fin qui, se pur dopo innumerevoli tentativi, ci sono riuscito, ma dovevo far capire di cliccare e considerando che io parlo con gli occhi e proprio lì va la maschera, potete immaginate la paradossale scena. Insomma, dopo qualche tentativo ho assistito alle prove del Cirque du Soleil. Non so definire bene le sensazioni provate: mi è piaciuto osservare il teatro vuoto, era veramente grande! Pensavo che sarebbe stato bello recitarvi con la compagnia di cui faccio parte, ho visto le espressioni del volto degli artisti sul trapezio, impossibili da notare seduti in teatro.

Ma appunto perché tanto fuori dalla normalità, il mio cervello le ha subito comparate con l'immagine che ho di me, seduto sulla sedia. Guido mi ha parlato di un elenco lunghissimo di "esperienze" possibili, che lui pensava potessero aiutarmi ad andare oltre la mia immobilità (di questo lo ringrazio infinitamente), ma sapete quale sarebbe stata per me l'esperienza, comunicata a Guido, più eccezionale, incredibile, meravigliosa, mirabolante, sbalorditiva, sensazionale, sorprendente, straordinaria, strepitosa, stupefacente, da vivere? Prendere in mano un bel bicchiere di zibibbo e dirigerlo verso la mia bocca!

Sento pressante il desiderio di raccontarvi la reazione del mio amico che, dopo essere rimasto di sasso (e aver così provato lui la sensazione di essere il mio cervello nel mio corpo, Avatar di seconda generazione!), ha realizzato il mio desiderio. Con uno degli strumenti tirati fuori da una valigia più grande di lui, seduto davanti a una tavola improvvisata, tovagliolo di carta rosso, bicchiere, piatto, posate, tutto adagiato su una scrivania, ha registrato la scena. Capisco che per quasi tutti voi l'azione è banale, ma credetemi quando vi dico che viverla attraverso la maschera virtuale mi ha fatto provare una sensazione mai provata.

Così comincia il secondo capitolo: siamo andati ad acquisire immagini della mia vita quotidiana ma da tutt'altra prospettiva. Io, Alessio (il fotografo, ndr), Alfio, Giovanni (parte della sua "famiglia", ndr) e Guido siamo arrivati alle terme Achilliane, strutture termali sotterranee databili al IV secolo e situate a Catania, sotto piazza del Duomo. Si accede alle terme passando dal museo Diocesano: un corridoio con volta a botte ricavato nell'intercapedine tra le strutture romane e le fondamenta della cattedrale (il cui accesso è costituito da una breve gradinata di epoche diverse posta a destra della facciata), consente di fare un viaggio nelle viscere della città, dove scorre il fiume Amenano, un luogo in cui è impossibile abbattere le barriere architettoniche.

Seconda tappa del tour, il mitico stadio Massimino (ex Cibali). Mi sembra di essere a una di quelle esercitazioni di modelli di elicotteri radiocomandati, solo che, in questo caso, io ho indossato una maschera collegata a un drone. Pronti si parte! Sento il rumore di eliche che girano. Ma che freddo - penso - saranno le eliche? Boh! Il mio corpo comincia a salire, ho la gola secca, per fortuna lo spettacolo mi distrae, ora sto scendendo raso terra, vedo il campo sempre più da vicino, allungo le gambe e... tocco terra! Io, proprio io, schiaccio quel prato che odora di erba fresca. Che bella sensazione sentire scaricare il peso del mio corpo, sulle mie gambe.

Cammino. Percorro il campo in lungo e in largo, l'emozione mi riscalda, ora non sento più freddo, sorvolo le gradinate nord, plano nuovamente, corro per sgranchirmi le gambe, dopo 32 anni si può fare! Sorvolo le gradinate sud, i miei occhi scrutano con curiosità anche i più insignificanti particolari (insignificanti per i più, sicuramente non per me). Usciti dal Massimino ci dirigiamo ad Aci Castello per esaudire un altro desiderio, visitare il castello che sorge su di un promontorio di roccia lavica, a picco sul mare blu cobalto e inaccessibile tranne che per l'ingresso attraverso una scalinata in muratura, quest'ultima proibitiva per me. Guido, tenendo in pugno l'asta della telecamera sferica, ormai perfettamente a suo agio nei miei panni, sale sempre più in alto, percorre il piccolo orto botanico, si affaccia dall'ampia terrazza panoramica e dall'alto della rocca mi riprende. Nel pomeriggio, finalmente, indossando la maschera rivedo quelle immagini, esperienza incredibile di occhi liberi di guardare fuori dal corpo. L'ultima immagine che vedo lì in basso, prima di togliere la maschera che pesa sul naso, è quella di un uomo inchiodato sulla sua sedia a rotelle.

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