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Here One, ecco le cuffie del futuro

Intervista esclusiva a Noah Kraft, il creatore degli auricolari che permettono di scegliere quali suoni del mondo ascoltare e quali zittire

Dentro un ristorante affollato, spengono il ronzio della sala e alzano il volume dei commensali; su un aereo, zittiscono il baccano dei motori, non la hostess che propone uno snack dolce o salato; ovunque, lasciano scegliere cosa cancellare: il lamento di una sirena, il frastuono dei lavori in corso, le chiacchiere moleste dei vicini la domenica mattina. Le «Here One» non sono le solite cuffie che tappano la bocca al mondo: sono capaci di personalizzarlo, stravolgerlo, abbassare alcune frequenze ed enfatizzarne altre grazie a un sistema brevettato di filtri digitali e a un’applicazione sullo smartphone. Ci trasformano nei direttori dell’orchestra di rumori che ci circonda, nei sovrani assoluti di quello che vogliamo sentire o preferiamo ignorare.

«Sono un computer leggerissimo e quasi invisibile, comodo da indossare, facile da usare» riassume a Panorama in esclusiva per l’Italia Noah Kraft, che le ha ideate e sviluppate con la sua Doppler Labs, start-up a metà tra New York e San Francisco, fondata assieme al socio Fritz Lanman: «Le abbiamo chiamate Here (qui, ndr)» spiega «perché permettono di vivere meglio qualsiasi momento del presente, di arricchire il modo d’interagire con l’ambiente».

Ventinove anni, folta barba rossa, Kraft mitraglia parole a velocità sostenuta, con un entusiasmo eccessivo però comprensibile: chiunque abbia provato questi minuscoli auricolari, a cominciare dalla rivista americana Wired, ne ha riconosciuto l’alto tasso d’innovazione, la forza rivoluzionaria, mentre il magazine Time le ha incluse tra le migliori invenzioni dello scorso anno. Ora, dopo i prototipi e l’attesa per perfezionarle, sono pronte: saranno disponibili entro le festività natalizie anche in Italia (si possono ordinare qui).

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– Credits: Doppler Labs

«Le abbiamo chiamate Here perché permettono di vivere meglio qualsiasi momento del presente, di arricchire il modo d’interagire con l’ambiente»

«Non faranno la fine dei Google Glass che nessuno voleva indossare, nonostante avessero a bordo una tecnologia incredibile» scommette il loro inventore. Che sembra voler allungare la missione iniziata da Bill Gates e proseguita da Steve Jobs: dopo aver invaso scrivanie e tasche, i computer si preparano a colonizzare l’orecchio. In fondo, portare le cuffie è una consuetudine socialmente accettata e la tendenza, lo confermano le ultime novità di colossi come Apple e Samsung, è miniaturizzarle pensionando i fili. Le Here One hanno anticipato la scia, scavando un solco di possibilità più profondo: oltre a cancellare segmenti di audio, sanno sovrapporne altri a quelli dell’ambiente circostante. Una telefonata, una canzone, ma anche la spiegazione di un quadro all’interno di un museo o la cronaca della partita allo stadio: una ricca e inedita forma di realtà aumentata, non da guardare ma da sentire. Che, in prospettiva, spalanca alla Doppler Labs (il nome richiama proprio il fenomeno fisico che modifica la percezione dei suoni) l’opportunità di guadagnare come veicolo di contenuti, non solo in quanto produttore di hardware: grazie allo smartphone, le cuffie sanno dove ci troviamo e possono proporci suggerimenti in linea con la nostra posizione.

D’altronde, a Noah Kraft non mancano spirito imprenditoriale e temerarietà: a soli 22 anni, prese un treno dal Rhode Island dove studiava e si presentò a New York a casa di Martin Scorsese per proporgli una sceneggiatura. Sette anni dopo è diventata un film, «Bleed for this», appena uscito negli Stati Uniti: il regista premio Oscar è tra i produttori. Un altro vincitore della statuetta più prestigiosa del cinema, Hans Zimmer, firma della colonna sonora del Re Leone e del Gladiatore, ha provato e apprezzato le «Here One». Accanto a lui, icone delle note come Quincy Jones e Mark Ronson che hanno aiutato la Doppler Labs a raccogliere finanziamenti per oltre 50 milioni di dollari.

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Noah Kraft, ceo di Doppler Labs

Kraft stesso viene da una carriera nella musica: ha studiato la classica anche a Venezia, si è cimentato con la batteria, è stato promoter di concerti, «poi» dice «sono inciampato nella tecnologia, ho capito che poteva scrivere un nuovo capitolo nella storia del suono». Senza temere di falsificarlo, di renderlo artificiale e dunque inautentico: «Già oggi il modo in cui ascoltiamo un concerto dipende dalle decisioni di un ingegnere dell’audio. Noi sviluppiamo, allarghiamo il concetto mettendo quel controllo nelle mani di tutti. Così ognuno potrà crearsi l’esperienza che preferisce».

L’obiettivo futuro delle Here One, invece, è trasformarsi in interpreti universali, catturare quello che dice un interlocutore e tradurlo in tempo reale a chi lo indossa. Se entrambi le portano, il beneficio è reciproco: «Un giorno» conferma Kraft «mi piacerebbe atterrare all’aeroporto di Fiumicino e poter conversare con chiunque in modo naturale senza sapere l’italiano». Nell’attesa, c’è un’altra funzione già a bordo delle cuffie: la possibilità di indirizzare i sei microfoni (tre per auricolare) in una direzione precisa, per esempio all’indietro, carpendo una conversazione di un vicino di scrivania in ufficio, del proprio compagno al telefono in un’altra stanza, di uno sconosciuto al parco qualche panchina più in là. È già successo con i droni, gli smartphone, i social network: non c’è nuova tecnologia ad alto impatto degna di tanto prestigio, che non attenti almeno un po’ alla privacy propria e altrui.

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