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Come parlare un'altra lingua senza saperla

Microsoft, Google e molte start-up hanno creato programmi e app che traducono le conversazioni in tempo reale. Anche in cinese, arabo o hindi

Non siamo ancora allo scenario immaginato nel romanzo di fantascienza di William Gibson, «Neuromante», in cui i personaggi collegano un chip al cervello per comunicare in un’altra lingua sconosciuta, ma la resa, grosso modo, è identica: grazie alla tecnologia oggi possiamo capire e farci capire in cinese, arabo o hindi senza sfogliare una singola pagina di un dizionario, memorizzare caratteri complessi, investire un euro in una lezione di conversazione. Siamo capaci di ordinare al ristorante e chiedere indicazioni in una città lontanissima senza sentirci, per citare un celebre film di Sofia Coppola, «lost in translation»: spaesati, goffi, abbandonati a noi stessi. Perduti.

 

Basta il software giusto installato sul computer o sul telefonino perché un sistema possa ascoltare cosa diciamo, lo capisca e lo traduca al nostro interlocutore straniero. Che è in grado così di risponderci immediatamente. Il risultato non è proprio esaltante (si genera una pausa fisiologica tra una frase e l’altra, si perdono tante sfumature) ma tutto sommato è efficace. E gettonato, come dimostrano i 500 milioni di utenti attivi ogni mese su piattaforme fisse e mobili su Google Translate, il servizio offerto dal motore di ricerca che, dopo i testi, ha concentrato i muscoli dei suoi algoritmi sulla voce.

Il prossimo passo sarà azzerare le distanze al telefono: Skype Translator di Microsoft, al momento disponibile in una versione di test a numero chiuso anche in italiano, traduce quello che abbiamo appena detto a chi ci sta guardando nella webcam o ci ascolta con cuffie e microfono. E viceversa. «Stiamo analizzando migliaia e migliaia di frammenti di conversazioni per correggere gli errori più comuni e rendere il sistema affidabile» spiega da Madrid il linguista Ignacio Horcada Bernal, che sta collaborando al progetto. «Oltre che per gli utenti» aggiunge «i vantaggi per i piccoli imprenditori saranno enormi. Potranno, per esempio, fare affari in Oriente in modo semplicissimo».

Altro tema cruciale è quello della privacy: in nome della sua accuratezza, il software deve registrare e archiviare milioni di catene di parole, studiare i contesti in cui vengono inserite e offrire traduzioni sensate

Abbiamo potuto provare per circa mezzora Skype Translator: scivola su alcune ingenuità (la parola «capitale» è stata resa come «cattura», per citarne una), ma il senso complessivo della frase lo si afferra quasi sempre. Qualche minuto di pratica e si capisce quando parlare e quando invece tacere perché il software è al lavoro. Così il dialogo procede, rendendo superfluo un interprete, professione che dovrà essere come minimo ripensata quando questi programmi saranno perfezionati e troveranno un posto d’onore in ogni smartphone.

Altro tema cruciale è quello della privacy: in nome della sua accuratezza, il software deve registrare e archiviare milioni di catene di parole, studiare i contesti in cui vengono inserite e offrire traduzioni sensate. Lavoro che sarà più corposo in un Paese in cui si dovrà partire da zero con l’analisi, per esempio in alcuni Stati dell’Africa, dove è verosimile che un database di frasi sia parecchio scarno. «Cosa significherà avere un corpus di conversazioni disponibile dopo un cambio di regime, con un nuovo governo che magari non gradisce ciò che è stato detto prima?» si è chiesta sul New York Times Kelly Fitzsimmons, co-fondatrice del consorzio Hypervoice, impegnato ad approfondire le frontiere della voce.

Il timore, in generale, è che questa nuova forma di comunicazione mediata dalle macchine possa trasformarsi nell’ennesimo pretesto per una sorveglianza di massa. Un prezzo alto da pagare, anche per buttare giù per sempre la Torre di Babele.

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