Jibo-guarda
Casa

Jibo, il social robot per sentirsi meno soli

Fa compagnia agli anziani e racconta favole ai bambini. Arriva tra un anno e vuole diventare il nuovo membro di ogni famiglia

Siamo, è evidente, a un punto un po’ triste se dobbiamo cercare compagnia in un robot. Ma nella progressiva latitanza di relazioni umane o nella loro deriva sempre più algida; in mancanza d’altro, o di meglio, si può valutare tra le non tante opzioni residue il supporto della tecnologia. Quanto efficace possa essere, è tutto da vedere.

Non siamo stavolta nel terreno dei succedanei del sesso, nell’erotismo elettronico stimolato da hardware di metallo e chip, storia abbastanza abusata, ma in un autentico rimedio alla solitudine. In un’interazione con un pupazzetto animato e intelligente alla Wall•E. Esatto, proprio quello del film della Pixar. Si chiama Jibo, è in progettazione da qualche anno, la novità è si sa quando dovrebbe arrivare nelle nostre case: tra un anno esatto, a maggio del 2016. Lo si può ordinare già oggi per 749 dollari, circa 670 euro: meno di un iPhone 6.

 

Cosa fa Jibo? Non arriva ai livelli di Samantha, il software intelligente protagonista del film Her di Spike Jonze, ma parla con noi e impara a conoscerci. Ci dà il benvenuto quando torniamo a casa, accendendo per noi le luci e chiedendoci se vogliamo ordinare la cena a domicilio. Ci legge i messaggi e le e-mail, può conversare su svariati argomenti. È simpatico ai bambini, perché racconta loro favole animate che scorrono sul suo schermo Lcd da circa 6 pollici e intanto riproduce musica, canta, balla. Piace agli anziani, perché ricorda loro gli impegni della giornata o semplicemente di prendere le medicine.

La compagnia che lo produce, sul suo sito ufficiale, scrive: «La sua presenza fisica, la sua voglia di aiutare, il suo entusiasmo, scatenerà un sorriso sulla vostra faccia e vi farà sentire meglio»

Jibo è un parto della mente di Cynthia Breazeal, professore del Mit e tra i pionieri della robotica social, ovvero il piano delle interazioni tra uomini e macchine oltre l’utilità pratica, i meri servizi fisici che i secondi possono rendere ai primi. Le critiche sono troppo facili: anziché educare i propri figli, li si consegna all’ennesimo dispositivo elettronico. Non il pc, non la tv, semplicemente una loro evoluzione. Anziché badare al proprio padre o alla propria madre avanti negli anni, li si affida a un’inaffidabile badante computerizzata che non ha nemmeno le braccia e le gambe. O la prontezza di chiedere aiuto in caso d’emergenza.

Probabilmente, l’approccio giusto è non prenderlo radicalmente sul serio. Nessuno di noi ha trasformato Siri nella sua migliore amica e, anche nella peggiore dipendenza da Tinder, cerca comunque il salto in avanti, il momento del contatto umano. Jibo non ambisce a sostituirlo, quel contatto: piuttosto si propone di cambiare regole e dinamiche di una video chat, magari con un parente che vive dall’altra parte del mondo, perché riconosce volti e voci e guarda nella direzione di chi sta parlando, rendendo tutto più interattivo; scatta foto quando sente un comando vocale, permettendoci di goderci una festa liberandoci dalla febbre del selfie e dalla necessità di dover impugnare in ogni istante un telefonino.

La compagnia che lo produce, sul suo sito ufficiale, scrive: «La sua presenza fisica, la sua voglia di aiutare, il suo entusiasmo, scatenerà un sorriso sulla vostra faccia e vi farà sentire meglio». Segno che loro sono i primi a crederci e che la nostra non è una lettura strumentale. Di sicuro, il modo in cui vivremo il rapporto con Jibo e altri suoi futuri epigoni, starà a noi. Al nostro modo di essere, alle dinamiche (e mancanze) del nostro quotidiano vivere. Se andremo a cercare conforto e compagnia in una macchina, non potrà essere colpa della macchina costruita per accontentare quel bisogno.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Faremo sesso con i robot nel 2050

È la convinzione di una psicologa americana che al Wall Street Journal ha spiegato quanto sarà semplice slacciare un reggiseno di metallo

Commenti