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Casa

James Dyson, ho riscoperto l'aria calda

Ha stravolto l'aspirapolvere e l’asciugacapelli, ora porterà macchine pensanti in casa. L'incontro esclusivo con l'imprenditore inventore

da Singapore

Non c’è scampo dall’innovazione nemmeno rifugiandosi in bagno per qualche minuto: dal rubinetto sporgono due manubri obliqui, metallici, che asciugano le mani in dodici secondi netti, senza bisogno di allontanarle dal lavandino. È un’inezia rispetto ai prodigi che s’incontrano nel nuovissimo «Technology centre» di Singapore dalla Dyson, la Apple degli elettrodomestici, un’azienda capace di rendere seducente (e vendere a prezzi d’alta gamma) persino un fon, di stravolgere anche una scopa montandole dentro un motore a batteria.

Nell’ultramoderno Stato asiatico a un passo dell’equatore, in un’umidità perenne smorzata da improvvisi acquazzoni violenti, la Dyson ha appena aperto un laboratorio blindato da sensori per le impronte digitali, dove si studiano macchine capaci di ubbidire ai comandi vocali e oggetti che riconoscono il nostro volto dalle forme ancora top secret, ma dalle premesse sorprendenti.

 

Benvenuti nell’ultimo parco giochi del fondatore della compagnia, Sir James Dyson, accento e aplomb inglesi, mestiere d’inventore prima che d’imprenditore, abituato a sporcarsi le mani per risolvere problemi pratici. Un autentico self-made man: ha iniziato rivoluzionando l’aspirapolvere, rimuovendo il sacchetto che s’intasava di rifiuti e lo rendeva fiacco, poco efficace. «Ho impiegato cinque anni e creato più di 5 mila prototipi, poi ce l’ho fatta» ricorda con un accenno di fierezza. Anche lui in un garage, come tanti colossi in erba fioriti altrove, lontano dall’Europa, nel miracoloso recinto geografico della Silicon Valley; ha dimostrato una spropositata dose di pazienza collezionando tentativi ed errori: «Il segreto è seguire il proprio istinto, non i consigli altrui. A ventidue mesi dal lancio, il mio prodotto era il più venduto in Gran Bretagna».

Da lì il percorso si è piegato in discesa: ha invaso aeroporti, locali e stazioni di servizio di asciugamani elettrici con la possanza di un vortice, ha reso i ventilatori orfani delle pale e spedito robot su ruote a pulire i pavimenti come colf provette. Oggi sta progettando la casa del futuro secondo un unico principio guida: l’intelligenza artificiale. «Ovvero oggetti connessi che si comportano in autonomia in base alle esigenze di ciascuno di noi. Che sanno capire l’ambiente in cui si trovano e regolarsi di conseguenza. Perché nessuno vuole tenere in mano il telefonino tutto il tempo per comandare le cose che lo circondano» ragiona.

Panorama lo incontra in esclusiva per l’Italia durante l’inaugurazione di una struttura che si espande su 4.300 metri quadri, ha già assunto 350 cervelli e mira a reclutarne 175 nei prossimi anni. «In questo Paese» spiega «i laureati in ingegneria sono il 40 per cento del totale degli studenti, in Inghilterra il 4 per cento. Sono brillanti, curiosi, entusiasti. E poi ci troviamo nella regione che cresce più velocemente al mondo. Ha molto senso essere qui». Anche in un’ottica di fuso orario: coordinandosi con il campus di Malmesbury (tra Oxford e Bristol) dove operano 2.500 addetti, la ricerca va avanti a ciclo continuo. Rimbalza da una parte all’altra del mondo senza sosta, per 24 ore su 24.

«Cominciamo dalla tecnologia, poi gli costruiamo un oggetto intorno. È la tecnologia a dettare la forma finale. Risolviamo problemi che altri ignorano, a spronarci è l’impossibile»

Gli esempi dei lavori in corso sono vari: elettrodomestici che si accendono con la voce, lampadine che regolano l’intensità in base alle ore del giorno e creano l’atmosfera giusta prima di addormentarsi («l’illuminazione ha molti nessi con il benessere» chiosa Dyson), sistemi che impostano la nostra temperatura preferita non appena mettiamo piede in una stanza. L’ennesima sfida intricata per il talento originario della contea di Norfolk, Inghilterra orientale e rurale con affaccio sul Mare del Nord, suonatore di fagotto nell’orchestra scolastica, maratoneta, cocciuto anticonformista.

Studi al Royal College of Art di Londra, ha fondato una multinazionale che porta il suo cognome e oggi è presente in 75 Paesi, ha 9 mila dipendenti e ha depositato 8 mila brevetti, spende 8 milioni di euro in ricerca e sviluppo a settimana, vende 13 milioni di dispositivi l’anno. Un impero che ha reso ricchissimo Dyson (secondo Forbes ha un patrimonio personale di 4,2 miliardi di dollari), gli è valsa l’investitura formale di Comandante dell’ordine dell’impero britannico, tra le onorificenze supreme Oltremanica, assieme al titolo putativo di Steve Jobs del Regno Unito, sebbene sul punto preferisca sviare: «A ispirarmi» glissa vago «sono vari ingegneri e icone del design».

Un concetto, il design, che l’imprenditore-genio interpreta secondo una prospettiva molto personale. Sebbene i suoi prodotti abbiano linee curiose, futuristiche, di rottura rispetto ai copioni dell’industria, non sono studiati a tavolino per colpire gli occhi: «Cominciamo dalla tecnologia, poi gli costruiamo un oggetto intorno. È la tecnologia a dettare la forma finale». Una prova è l’asciugacapelli Supersonic: «Lo abbiamo basato sul motore V9, otto volte più veloce di altri equivalenti nella metà del peso». Così piccolo da entrare nel manico, la posizione perfetta in termini di bilanciamento. Da qui il battesimo di un dispositivo diverso da tutti gli altri nella categoria, benedetto persino dalla rivista Vogue come icona di stile: «L’aspetto» ribadisce Dyson «è l’esito del progetto: arriva alla fine. È per questo che non abbiamo nel nostro organico nemmeno un designer». La bellezza abita nella funzionalità: «Ci si disamora facilmente di qualcosa che compiace gli occhi, ma non svolge a dovere il suo compito». 

L’ossessione è piuttosto per la sicurezza delle innovazioni in cantiere: gli ingegneri si trasformano in spietati hacker (o almeno così giurano di fare) tentando di violare i loro stessi prototipi. «Dobbiamo essere responsabili, proteggere i nostri clienti». Ecco che la telecamera montata sul robot spazzino «360 Eye» può riprendere una stanza per orientarsi, capire dove sta andando: «Ma non registra mai quello che vede» assicura Dyson. «I dati che raccoglie sono trattati in forma anonima, non rivelano nessuna informazione specifica su un consumatore, servono a migliorare le capacità della macchina». Perché se un prodotto è essenzialmente hardware, la società inglese punta molto sulla sua parte software per contrastarne l’obsolescenza trattandolo come il programma di un computer: «Rendendolo in grado di scaricare aggiornamenti da internet che ne allunghino la vita, aumentino la sua efficacia e l’efficienza energetica» interviene Jim Rowan, il direttore operativo con il compito di supervisionare tutta la ricerca.

A trenta minuti d’automobile dai nuovi laboratori di Singapore c’è invece «West Park», la fabbrica che produce i motori al passo frenetico di uno ogni 2,6 secondi: la precisione richiesta è tale che possono essere assemblati solo da linee robotiche. L’attrezzatura è così accurata che impone permessi speciali, perché potrebbe essere usata per sviluppare armi nucleari. A guardare le braccia metalliche che si muovono a ritmo inesausto replicando una danza ipnotica, per un attimo ci si sente scaraventati dentro un futuro dove nulla è troppo coraggioso, esagerato, inverosimile: «Risolviamo problemi che altri ignorano» è una delle frasi preferite di James Dyson. «A spronarci» ama ripetere «è l’impossibile».

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