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Come ci muoveremo nelle città del futuro

Entro il 2030 il 9 per cento della popolazione mondiale vivrà in 41 megalopoli. Ecco tutte le tecnologie che rivoluzioneranno il nostro modo di spostarci

di Guido Castellano

e Marco Morello – da Tokyo

Auto che si guidano da sole, ci accompagnano fino all’ingresso dell’ufficio o alle porte scorrevoli del supermercato, poi vanno a parcheggiarsi in totale autonomia nel posto libero più vicino. Camioncini elettrici che trasportano a destinazione buste e pacchi col pilota automatico inserito, alleggerendo i corrieri espressi dell’onere di dover trovare piazze, viuzze, case nascoste nel nulla. Metropolitane, autobus e tram che viaggiano senza conducente, senza mancare nemmeno una fermata. Smartphone che suonano e vibrano se una vettura rischia di investirci e indicano il percorso più rapido per arrivare a una meta qualsiasi combinando mezzi privati e pubblici, di superficie e non, tratti a piedi e in bicicletta. Strade senza incidenti o quasi, con poco traffico, meno inquinate rispetto a oggi.

Benvenuti nelle metropoli di domani, o almeno in una loro proiezione parecchio ottimistica. Necessaria, però, visto il futuro all’orizzonte: entro il 2030 il 9 per cento della popolazione mondiale sarà concentrata all’interno di 41 megalopoli; nel 2050 l’86 per cento degli abitanti dei Paesi sviluppati e il 64 per cento di quelli in via di sviluppo vivrà in contesti urbani: parola di Nazioni Unite. Senza evoluzioni sui tanti piani della mobilità, saremo condannati a un ingorgo perenne, finiremo affogati nello smog. Da qui il ruolo della tecnologia, decisivo per imboccare la direzione giusta: in campo sono scesi giganti come Google, che quest’estate in California inizierà i test su strada della sua quattro ruote infarcita di sensori, capaci di farla viaggiare senza nessuno al volante; ci sono i principali costruttori di automobili e i grandi produttori di hardware e soluzioni informatiche.          

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A gennaio, un concept della A7 di Audi ha coperto col pilota automatico inserito un percorso di circa 900 chilometri tra la Silicon Valley, vicino San Francisco, e Las Vegas. – Credits: Audi

La partita si gioca su scala mondiale, ma è un’urgenza, una priorità, soprattutto in Asia. Qui si concentra oltre la metà della popolazione delle mega città e aree metropolitane come quella di Tokyo già superano la cifra record di 38 milioni di abitanti. Proprio nei dintorni della capitale giapponese hanno sede i laboratori della Fujitsu, colosso dell’hi-tech con 169 mila addetti in più di 100 Paesi e 1.400 ingegneri che lavorano in edifici dalla facciata bianca, di parecchi piani, anonimi, ben sorvegliati e blindati. Panorama li ha potuti visitare in esclusiva per dare un’occhiata alle novità in pentola: telecamere ad alta definizione integrate nella carrozzeria e software di riconoscimento avanzati, essenziali per consentire all’intelligenza artificiale che guiderà l’auto al posto nostro di cogliere ogni dettaglio che la circonda, da un cane che si lancia all’improvviso sull’asfalto a un’altra vettura fuori controllo, e agire di conseguenza, senza esitazioni, con prontezza; protocolli di comunicazione a breve distanza che, rilevando il segnale dello smartphone nelle nostre tasche, avvisano la macchina della presenza di pedoni e ciclisti nei paraggi, anche quando non sono nel raggio visivo delle telecamere.

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Gli interni della F 015 Luxury in Motion di Mercedes, berlina di lusso dal look futuristico che si guida in totale autonomia. Le poltrone possono ruotare consentendo a tutti i passeggeri di guardarsi negli occhi. – Credits: Mercedes

Lo scopo primario è azzerare il margine d’errore del computer sfoltendo qualsiasi variabile di disturbo al suo operato. La principale? Gli esseri umani. Non è un caso che Elon Musk, numero uno di Tesla, abbia ipotizzato un futuro in cui nessuno di noi potrà più mettersi al volante. Sarà proibito dalla legge. È un’affermazione spiazzante, coerente con lo stile dell’imprenditore americano, ma che poggia su un’evidenza statistica: ogni anno nel mondo si verificano 1,24 milioni di incidenti mortali; nel 90 per cento dei casi dipendono da una distrazione del pilota. Eliminando l’elemento umano, si ribalta il quadro, cancellando in parallelo la necessità di un’assicurazione e l’obbligo di studiare per prendere la patente. Forse è un eccesso d’ottimismo, magari resterà solo un’utopia, comunque s’intravedono già i passaggi intermedi: macchine autonome che si muovono sotto la supervisione dei nostri occhi e delle nostre mani, pronte a intervenire sui comandi in caso d’emergenza; vetture manovrate a distanza da centri di controllo, con ampi vantaggi nel car sharing: noleggiamo un’automobile, la portiamo fino alla nostra destinazione, la lasciamo lì. È un operatore a provvedere a telecomandarla fino a un parcheggio vicino levandoci l’incombenza di doverlo cercare.

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Al Mobile World Congress Ford ha svelato un prototipo di bici elettrica pieghevole da portare nel bagagliaio dell’auto. – Credits: Ford

Si va verso quattro ruote infarcite di chip, robot viaggianti «in cui la sicurezza dovrà essere in assoluto il requisito numero uno, una priorità irrinunciabile» spiega a Panorama Joseph Reger, direttore tecnico di Fujitsu per l’Europa, l’Africa, il Medio Oriente e l’India. «Stiamo lavorando» aggiunge «a soluzioni che impediscano qualsiasi accesso non autorizzato all’elettronica di bordo». Scudi che tengano alla larga gli hacker, potenziali e pericolosi guastatori di questo idillio automatizzato e senza incidenti della mobilità di domani.

La vera grande promessa della mobilità del futuro è ridarci indietro un po’ di tempo perduto

Le vetture avranno una sim integrata e una connessione dati ad alta velocità di serie, così come gli autobus, le metropolitane, ogni veicolo che circolerà sulle strade. Tutti trasmetteranno costantemente la loro posizione in tempo reale e la somma di questo puzzle consentirà alle smart city, alle città intelligenti, di funzionare in modo sensato: una centrale operativa saprà sempre quali strade sono bloccate, se c’è un guasto su una linea sotterranea o un tram è fuori uso; i cittadini riceveranno notifiche aggiornate sui telefonini e suggerimenti su percorsi alternativi.

Fondamentale sarà la promozione di mezzi puliti o condivisi. Lo ha già fatto per esempio Uber in alcune città con il servizio UberPool: si chiede una macchina e se un altro utente va nella nostra stessa direzione la app propone di fare un pezzo di percorso con lui. Per quella tratta si paga la metà e anche le emissioni nocive si dividono per due. Una virtù verde che accompagna il decollo dei veicoli elettrici: nel 2020, secondo un rapporto della società di consulenza Frost & Sullivan, ne saranno venduti 40 milioni all’anno, di cui 30 milioni a due ruote. Contribuiranno a curare la piaga del traffico: stando a una ricerca di Ford, per la maggior parte dei cittadini europei il tragitto casa-lavoro ha una durata imprevedibile, provoca ansia, è più stressante del lavoro stesso; uno studio della app per il trasporto locale Moovit ha calcolato che in media i romani impiegano 111 minuti al giorno per raggiungere l’ufficio e tornare alle loro abitazioni, più dei londinesi, che si fermano a 104 minuti.

Vero è che una formula magica non può esistere, che le distanze sono quelle che sono, anzi aumenteranno con la progressiva espansione delle megalopoli. Ma almeno i tragitti saranno efficienti, mentre l’avvento delle auto che si guidano da sole ci lascerà, lungo il tragitto, la libertà di leggere, lavorare, vedere un film, usare senza rischi quegli smartphone che oggi, secondo l’Aci e l’Istat, causano il 20 per cento degli incidenti in Italia. La vera grande promessa della mobilità del futuro è ridarci indietro un po’ di tempo perduto. 

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