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Apple Music, Spotify, Deezer: sfida all’ultima esclusiva

Lo streaming può diventare affare esclusivo fra cantanti e servizi Web? Le posizioni si dividono

Che differenza c’è fra Spotify, Deezer, Apple Music, Tidal e tutti gli altri servizi di streaming musicale? Come abbiamo avuto modo di spiegare in questo articolo, finora la competizione si è giocata soprattutto sulla qualità audio e sulle varie funzionalità offerte dalle applicazioni, soprattutto sul lato mobile.

Meno marcate, ancorché presenti, le differenze sul piano del catalogo: tutti i servizi di primo piano sono in grado di offrire accesso illimitato a decine di migliaia di tracce. A differenza dei contenuti cinematografici, infatti, il mercato della musica consente a più operatori concorrenti di acquistare i diritti diu uno stesso album o di uno stesso artista.

Quando lo streaming non è per tutti
Non mancano però le eccezioni. La giurisprudenza dello streaming non impedisce ai singoli provider di firmare accordi di esclusiva con questo o quel cantante. Un’intesa di questo tipo, ad esempio, è ciò che ha consentito a Frank Ocean di lanciare il suo ultimo album (Blondie) solo su Apple Music. 

La pratica, finora poco utilizzata, potrebbe diventare sempre più ricorrente nel mondo dello streaming. I cantanti, e in particolare le superstar, sono in grado di negoziare accordi specifici con le case discografiche, spiega Peter Kafka su ReCode. Beyonce, ad esempio, ha un contratto con la Sony, ma è anche in parte proprietaria di Tidal, controllata dal marito Jay Z, ed è proprio su questa piattaforma che ha concesso l’esclusiva dello streaming del suo ultimo album (Lemonade).

C’è poi chi – è il caso di Adele – ha persino la facoltà di escludere i propri lavori dall'intero circuito dello streaming, imponendo alle major discografiche di limitare la distribuzione (almeno nelle prime settimane successive al lancio) alla sola vendita.

Dal cantante al consumatore: verso un nuovo modello di distribuzione?
Non tutti i servizi sembrano però intenzionati a incoraggiare il modello. Se Apple pare orientata a convincere altri artisti ad accasarsi all’interno della propria piattaforma in cambio di royalties più profumate, la concorrenza sembra voler seguire strade diverse. Spotify si è dichiarata più volte contraria a relazioni così ristrette, anche se ha smentito le voci che parlavano di possibili ripercussioni nei confronti degli “esclusivisti”.

Più o meno dello stesso parere Deezer, che in uno statement di qualche tempo fa ha sottolineato come “le esclusive possano incoraggiare la pirateria o costringere gli utenti ad utilizzare servizi di musica che non sono i loro preferiti”.

L’impressione, al di là delle posizioni, è che nell’era dello streaming sempre più artisti possano decidere di bypassare le case discografiche e negoziare in maniera diretta con i grandi servizi di musica online. Il web, lo abbiamo visto in questi ultimi anni, ha dimostrato di poter disintermediare qualsiasi cosa. Riducendo o addirittura eliminando alla radice tutti gli anelli di mezzo della catena del valore.

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