L’operazione che ha portato alla nascita del nuovo MacBook Pro non è certo passata inosservata. In un solo colpo, Apple ha rinfrescato il suo computer di punta e ha tracciato una linea di demarcazione netta fra la sua idea di portatile e quella della concorrenza.

Così è se vi pare. Il notebook secondo la Mela è (e sarà) un prodotto compatto, potente, con una tastiera da favola - impreziosita da una striscia di tasti touch - e senza altra porta all’infuori di Thunderbolt. Ah, ed è ovviamente costoso, ma questa non è poi una novità.

Il succo è questo. Ma c’è anche tanta polpa che merita di essere analizzata con attenzione. Perché quando si spendono 2.000 e rotti euro (2.099, per l’esattezza) per un computer da asporto ogni dettaglio conta, specie se - come in questo caso - c’è di mezzo uno strumento concepito per lavorare, o quantomeno per essere produttivi.

In questa recensione proveremo a fare chiarezza su tutti gli aspetti più rilevanti del nuovo portatile di Apple, qui testato nella versione da 13 pollici con TouchBar.

MacBook Pro

– Credits: Roberto Catania

Più compatto (ma sempre solido)
Compatto si diceva. Il nuovo MacBook Pro da 13 pollici è un prodotto nato per essere trasportato. Ovunque. Se avete presente il vecchio Macbook Pro, vi basti sapere che il nuovo modello è più sottile di oltre 3 millimetri (14.9 mm contro i precedenti 18) e più leggero di quasi 200 grammi (1.37 kg contro 1.58 kg del vecchio modello); praticamente la stessa tara del MacBook Air. Il tutto, e qui sta la vera notizia, senza troppi compromessi, anzi. La sensazione al tatto è quella di un dispositivo solido, difficile da scalfire (ma, visto il prezzo, consigliamo di trattarlo con cura, anzi con amore).

Quanto alla gestione degli spazi, anche qui c’è poco da eccepire: Apple ha sfruttato ogni singolo millimetro a disposizione, sia lato display (la cornice è stata ridotta), sia lato tastiera.

È soprattutto quest’ultima a beneficiare dei miglioramenti più importanti, e non solo per l’innesto della TouchBar (su cui torneremo più tardi). A farsi apprezzare è il nuovo touchpad con 3D Touch (più largo del predecessore) e soprattutto il nuovo sistema di ritorno dei tasti, che si basa su una versione riveduta e corretta del meccanismo a farfalla già visto sul MacBook da 12 pollici. Il beneficio è tangibile soprattutto se - come nel nostro caso - siete dei maratoneti della scrittura: si ha come l’impressione di fare meno errori in fase di battitura ma soprattutto di avere sotto le dita qualcosa di più sensibile e naturale.

Ultima nota di carattere stilistico: la mela luminosa sul retro del flip non c’è più. O meglio, rimane il logo, ma la luce è andata, cancellata per sempre. Sappiatelo, casomai foste fra quelli che soffrono di manie tecno-nostaligiche. 

MacBook Pro

– Credits: Roberto Catania

TouchBar: un pezzo della tastiera diventa "tattile"
Ma è inutile girarci intorno. La grande novità di questa versione del MacBook Pro sta nella cosiddetta TouchBar, il piccolo pannello “touch” che sostituisce di fatto la prima fila di pulsanti della tastiera. Come abbiamo avuto di spiegarvi in fase di presentazione, si tratta di un vero e proprio mini-display in formato allungato che racchiude una striscia di tasti virtuali che cambiano contestualmente all’applicazione utilizzata. In base a quest’ultima, in pratica, il MacBook Pro è in grado di offrirci una serie di comandi, di suggerimenti o di scorciatoie personalizzate.

Quando navighiamo su Internet, ad esempio, sulla TouchBar compariranno le miniature dei tab aperti su Safari e le icone dei preferiti; passando all’app di posta (Mail), invece, vedremo le icone dei tasti componi, rispondi, archivia, contrassegna, nonché i suggerimenti predittivi delle parole che stiamo digitando; o, ancora, su Foto la nuova barra touch ci mostrerà le anterpime della gallery ma anche i simboli dei vari strumenti di editing (taglia, aggiusta, filtra, ritocca).

Qui di seguito una gallery per riepilogare in breve come cambia la barra a seconda dell’app utilizzata.

 

Funziona, ma ci vuole tempo per abituarsi
Ok, ma cosa si può dire in concreto sulle qualità della TouchBar? Di sicuro che per essere la prima implementazione di un sistema di questo tipo il risultato è decisamente positivo. Più difficile dare un giudizio sull’utilità reale del sistema. Il fatto è che occorre un po’ di tempo per prendere coscienza del mezzo ma soprattutto per acquisire una certa dimestichezza con tutte le singole personalizzazioni offerte dalla tastiera touch. In fin dei conti stiamo chiedendo al nostro cervello di dimenticarsi della canonica fila dei tasti F1, F2, F3 per entrare in una dimensione più dinamica, fluida, capace di plasmarsi a seconda delle applicazioni (cambiando più volte anche all’interno della stessa applicazione).

C’è il rischio di rimanere un po’ disorientati, insomma. Tuttavia bisogna riconoscere almeno un grosso merito, anzi tre, ad Apple e alla sua nuova tastiera digitale. Il primo: aver integrato all'interno della TouchBar un vero lettore di impronte digitali, davvero utile sia per lo sblocco del terminale, sia - in prospettiva - per la possibilità di effettuare transazioni nel circuito Apple. Il secondo: aver concesso agli utenti la possibilità di configuarare sequenze di comandi personalizzati, scegliendo singoli tasti virutali fra tutti quelli disponibili nel sistema. Il terzo, forse il più importante: aver creato un framework che permette anche gli sviluppatori di terze parti di crearsi la propria striscia di comandi touch. I tempi sono ancora prematuri per tracciare un quadro sui programmi compatibili, per ora basti sapere che società come Microsoft e Adobe sono già al lavoro per lanciare una versione TouchBar-ready dei loro programmi di punta (Office e Photoshop).


MacBook Pro 2016 Keyboard

E le prestazioni?
La novità della TouchBar non deve distogliere l’attenzione da quelle che è, in fin dei conti, la reale mansione di questo dispositivo: fare le veci di un computer fisso in qualsiasi luogo. In questo senso, il MacBook Pro che abbiamo testato - equipaggiato nella fattispecie con processore iCore i5 Skylake da 2.9GHz, GPU Iris 550, hard disk 512GB - si è rivelato un ottimo partner di lavoro, anche nelle mansioni più impegnative.

Il display Retina, migliorato nella retroilliminazione, nel contrasto e nella frequenza di refresh, brilla e senza mai affaticare la vista. In termini di velocità, il rendering di un video editato con Adobe Premiere Elements ci dà invece l’esatta dimensione dell’incremento delle perfomance: il MacBook Pro ci mette meno tempo del suo predecessore a completare l’opera (difficile quantificare la differenza, diciamo che la differenza si nota). A enfatizzare le qualità del dispostivo è probabilmente anche la scelta di Apple di utilizzare per il raffreddamento due piccole ventole molto silenziose: anche quando è in “salita” (è il caso del suddetto rendering), il MacBook Pro sembra quasi non fare fatica.

Quanto alla batteria, l’unità da noi utilizzata non ha sofferto di quei problemi di consumo anomalo denunciati da alcune testate. In regime di utilizzo misto (navigazione su Internet con molti tab aperti, Mail, Pages e almeno un programma di foto-video editing sempre aperto) siamo riusciti più volte a completare il ciclo di lavoro da ufficio (dalle 8 di mattina alle 19 di sera). C’è chi fa di meglio ma considerati gli ingombri ridotti del dispositivo (e di conseguenza della batteria) si tratta di un risultato comunque soddisfacente.

MacBook Pro

– Credits: Roberto Catania

Non cercate quelle porte
Tutto questo ci porta a dire che il nuovo MacBook è una buona macchina per lavorare, anzi per lavorare duro, ma c’è un punto delicato che merita ancora di essere trattato: quello della connessione a dispositivi e periferiche esterne. Apple, per chi ancora non lo sapesse, ha cancellato con un colpo di spugna tutte le porte del vecchio MacBook (Usb 3.0, HDMI, SD, Thunderbolt 2) lasciando ai soli connettori Thunderbolt 3 con attacco USB Type-C il compito di comunicare con l’esterno.

L’idea, come hanno più volte spiegato i responsabili della società, è quella di far convergere tutte le attività che prevedono una trasmissione (di dati, ma anche di energia) all’interno di un unico standard ad alta velocità. In questo senso i 4 slot Tuhnderbolt 3 (due per lato) presenti sul MacBook Pro dovrebbero garantire un’apertura più che sufficiente verso l'esterno. Il condizionale è d’obbligo, giacché, al momento, non sono molti i dispositivi e le periferiche compatibili con questo standard, il che obbliga i futuri acquirenti del Macbook Pro a dotarsi di uno o più adattatori. Anche chi ha un iPhone e utilizza spesso il tethering via cavo (o vuole semplicemente sincronizzare la propria musica con iTunes), dovrà procurarsi un dongle come questo.

Apple adattatore USB

Conclusioni
Oltre duemila euro per un portatile da 13 pollici non sono uno scherzo, anche per un utente Apple, ma la novità della TouchBar e l’upgrade delle risorse hardware (potenziate rispetto alla versione senza TouchBar) giustificano in parte il sovraprezzo. Quel che appare meno comprensibile è invece la scelta di rinunciare a tutte le porte di comunicazione utilizzate in passato per dare fiducia (incondizionata) al Thunderbolt 3 via USB Type-C.

Il protocollo unico è di sicuro il futuro della connettività, ma il presente è fatto ancora di tanti dispositivi e periferiche con standard differenti. Una via di mezzo, forse, sarebbe stata più gradita, ma Apple - lo dice la storia - non è azienda disposta a scendere a patti. A questo punto sarà il tempo a dirci se si è trattato di scelta coraggiosa (e lungimirante) o di un azzardo.

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