Jason Chen
Mytech

Acer: il PC si è fatto smart(phone)

Jason Chen, CEO di Acer, ci spiega la sua visione del mercato. E avverte i big del mobile: la vostra parabola sarà come quella degli (ex) giganti dei PC

Dai PC agli smartphone il passo è breve, anzi brevissimo. Del resto se già oggi un po' tutti considerano i telefonini intelligenti dei surrogati portatili dei personal computer un motivo ci sarà. Ma fra qualche anno la linea di demarcazione fra i due mondi sarà ancora ancora più sottile, e impalpabile. Sia sul piano delle prestazioni, sia per quanto riguarda le tipologie di offerte.

Jason Chen, presidente e CEO di Acer, è pronto a metterci una mano sul fuoco: "Gli smartphone sono oggi quello che erano i PC vent’anni fa", spiega a Panorama.it. "E solo chi conosce le dinamiche del passato saprà come affrontare il mercato". Come dire che la battaglia per la conquista della mobilità è appena cominciata, e che società come Apple, Samsung LG farebbero bene a guardarsi negli specchietti se non vogliono fare la fine di IBM, Compaq e degli altri (ex) giganti dell’informatica da scrivania.

Sensazioni? No, opinioni circostanziate dai fatti, che il numero uno del colosso taiwanese ci spiega con dovizia di particolari nel corso di una piacevole chiacchierata presso la sede della filiale italiana della società, a Lainate.

 

Tradizionalmente Acer è conosciuta soprattutto per i suoi PC. Eppure, negli ultimi tempi sembra che stia facendo di tutto per mettersi in mostra anche in altri campi
Quello dei PC è e continuerà ad essere il nostro core business. Nonostante la maturità del mercato e una competizione che si fa sempre più serrata, il mondo desktop e dei monitor rappresenta ancora oggi il 70-80% del nostro giro d’affari. Ma ci stiamo anche espandendo in altre direzioni. Chi cerca Acer oggi trova un produttore con un catalogo di dispositivi che va da 1 a 100 pollici.

Sono dunque le misure a decretare la vostra value proposition?
Quel che dev’essere chiaro è che non abbiamo nessuna intenzione di fare una semplice collezione di oggetti di tutte le dimensioni. Al di là della gamma estesa di prodotti - che comprende dispositivi indossabili, smartphone, tablet, PC e proiettori - stiamo costruendo un ecosistema di prodotti che funzionano senza soluzione di continuità.

Il concetto non è nuovo, per voi cos’è esattamente la continuità?
Lo si comprende meglio dalle nostre soluzioni, come ad esempio ad Acer Extend, una tecnologia di mirroring che permette di replicare il contenuto di uno smartphone Acer su un PC, e viceversa. E di interagire in maniera sincronizzata da entrambi i dispositivi. L’utente ha l’impressione di lavorare su un unico device, di avere tutto il suo mondo digitale integrato in un unico ecosistema, non dovrà più preoccuparsi di sapere dove ha salvato le sue informazioni, è come se virtualmente fossero nello stesso posto. È qualcosa che avvicina due mondi un tempo lontani, quello della telefonia e quello dei PC.

Il mercato dei PC, però, non sembra più tirare come un tempo…
Si è stabilizzato. Ma se guardiamo in profondità scopriamo che ci sono dei segmenti che aumentano in modo sorprendente. Prendiamo i Chromebooks ad esempio. Quest’anno sono cresciuti del 70% ed Acer ha praticamente raddoppiato il suo giro d’affari: oggi abbiamo il 40% del mercato dei notebook con sistema operativo di Google.

Potenza di Google o c’è dell’altro?
Ci sono due aspetti da considerare. Il primo riguarda la diversa tipologia di utilizzo dei Chromebooks rispetto a qualsiasi altro computer: il fatto che software e applicazioni siano residenti sul cloud anziché sul disco locale cambia radicalmente il rapporto tra server e client, così come quello tra utente e macchina. Ma c’è una altro motivo che non va trascurato: la manutenzione. I Chromebooks dispongono di un’architettura nettamente più semplice e questo riduce di conseguenza tutte le spese associate. Pensiamo solo all’eventualità di chi si ritrova a cambiare computer: su un PC normale significa trasferire dati, applicazioni e driver, un vero mal di testa. Con un Chromebook è sufficiente loggarsi col proprio Id per recuperare i propri dati e le proprie applicazioni.

Torniamo a parlare di smartphone. Ci può dire quali sono le reali intenzioni di Acer in questo settore?
Quando parliamo di smartphone dobbiamo pensare a com’era il mercato dei PC vent’anni fa. C’erano i grossi brand, come IBM, HP e Compaq e poi c’erano gli sfidanti, spezzo aziende di livello locale. Oggi i pesci grossi sono quasi tutti estinti, o perché hanno deciso di uscire dal mercato o perché sono stati acquisiti. E chi è rimasto, vedi Hp, ha dovuto tagliare drasticamente i prezzi dei suoi prodotti. Ecco, noi crediamo che la stessa dinamica si ripeterà nel settore degli smartphone. Per certi versi stiamo già vivendo una sorta di deja vu: alcuni dei brand premium - come Motorola, HTC Nokia, Blackberry e la stessa Samsung - stanno già soffrendo la competizione di chi, proprio come Acer, sta mettendo pressione al mercato.

Il problema è che non reggono la concorrenza dei vostri prezzi?
Il nocciolo della questione sta più che altro nel rapporto fra costi e ricavi. I player di fascia alta lavorano con un margine operativo lordo del 35% ma devono confrontarsi con costi operativi e di gestione del 25%. Il nostro modello di business è diverso: abbiamo un livello di spese pari all’8% che è decisamente più sostenibile, soprattutto sul lungo periodo.

Ma i consumatori quando scelgono non guardano ai costi operativi
Oggi il consumatore è a un bivio: può decidere di comprare uno smartphone costoso di un marchio che prima o poi uscirà dal mercato o che verrà acquisito - proprio come è successo a iBM e Compaq nei PC - oppure, scegliere un prodotto come il Jade, il telefono da 5 pollici più sottile e leggero del mondo, a un prezzo di listino di 249 euro. Nessun azienda può pensare di sopravvivere con il 35% di margine operativo lordo e il 25% di spese. Noi stiamo semplicemente mutuando nel settore smartphone lo stesso modello di business che ci ha permesso di arrivare in cima al mercato dei PC. Vogliamo essere coerenti e persistenti.

Nel 2014 abbiamo visto tre smartphone marchiati Acer (Jade, Z200, Z500), cosa ci riserva il 2015?
Altrove abbiamo già presentato lo Z700, un telefono che fa dell’autonomia il suo punto di forza, e il Liquid X1, il primo octa-core con connettività LTE. E poi c’è anche uno smartphone 7 pollici, un dispositivo che sta riscuotendo molto successo in tutti quei paesi nei quali gli utenti si ritrovano con un budget limitato per acquisire un unico dispositivo tuttofare.

Praticamente uno smartphone travestito da tablet…
Diciamo che è un dispositivo che sa fare da smartphone, da tablet e all’occorrenza anche da computer. Stiamo acquisendo una certa sensibilità per capire cosa vogliono gli utenti, soprattutto nei mercati emergenti. Nel mondo tecnologico c’è una regola non scritta che dice che quando un consumatore ha un budget limitato per acquistare un solo device comprerà con ogni probabilità quello che riesce a fare più cose. E noi possiamo darglielo.

Qual è il vostro rapporto con Microsoft?
Microsoft oggi è una società con molte sfaccettature: è innanzitutto un player che sa fare innovazione e con il quale lavoriamo a stretto contatto, ma in certi casi - si pensi ad esempio ai prodotti 2-in-1 - è anche un concorrente. È una società che riveste tanti ruoli ma dal mio punto di vista resta soprattutto un partner e un grande fornitore: acquistiamo le licenze dei suoi programmi per i nostri prodotti e cooperiamo nelle vendite. Chi si reca nei corner che Microsoft ha allestito nelle varie catene retail troverà i prodotti Acer.

PC, Chromebooks, tablet, smartphone, dispositivi indossabili; ci sono altre aree che reputate interessanti?
Ci sono due aree che si riveleranno sempre più determinanti: quella dei semiconduttori e il cosiddetto supporto all'infrastruttura dei dati. I semiconduttori sono ciò che ci permetteranno di alzare il livello dei dispositivi, sia in termini di prestazioni, sia per quanto riguarda il consumo energetico. Il supporto all’infrastruttura dei dati ha invece a che vedere con la gestione dell’informazione. Crediamo che il vero valore, oltre che nel dato in sé, starà sempre di più nella sua gestione, nell’analisi, nella capacità di renderlo utile. Gli utenti non vogliono avere il semplice dato numerico, vogliono sapere come variano le proprie performance nella settimana, nel mese, nell'anno, vogliono confrontarsi con gli amici, con le persone vicine, con i propri coetanei, vogliono sapere se sono sopra o sotto la media. 

Non pensa che la presenza di pochi e qualificatissimi produttori di chipset finisca per appiattire un po' tutto il settore, soprattutto nel segmento dei dispositivi mobili? 
Quello dei semiconduttori è un mercato in continua evoluzione e non serve guardare al nanometro per capirlo. C'è uno sforzo sempre più evidente nel concentrare tutte le risorse – dalla comunicazione di rete alla parte analogica, dalla gestione del consumo energetico alla fotocamera – all’interno di chipset unici sempre più integrati. Tutto ciò è reso possibile dagli ingenti investimenti che alimentano la ricerca sui materiali, sul processo e sull’acquisto degli strumenti necessari per le lavorazioni. Qualcosa che solo poche aziende al mondo sono in grado di sostenere. È per questo motivo che realtà come Qualcomm o Mediatek sono oggi così influenti: dispongono della tecnologie di processo necessarie per sviluppare e pubblicare le linee guida di progettazione dei dispositivi mobili. Una volta che il chipset è sul mercato, ai produttori non resta che pensare a come realizzare il miglior dispositivo possibile.

Ma in questo modo non c’è il rischio che gli smartphone, i tablet e gli ibridi si assomiglino un po’ tutti?
È vero, l’industria dei semiconduttori impone vincoli e confini ben definiti. Se utilizzo un chipset 3G non potrò in nessun modo portare il mio dispositivo a raggiungere le velocità del 4G. Ma è anche vero che i consumatori scelgono un marchio piuttosto che un altro per altri motivi, ad esempio per il design.

Il "bello" come leva competitiva?
Non è solo questione di estetica, ma di tutto ciò che concorre a rendere un dispositivo più interessante, utile, facile da usare: la sua linea, i materiali, i colori, il touch & feel, il software. In una parola l’esperienza d’uso. Prendiamo un prodotto come Acer Swift. I consumatori ne apprezzano la versatilità, la possibilità di utilizzarlo in tanti modi differenti, staccandone la tastiera, ruotandone lo schermo, trasformando in sostanza la destinazione d’uso. Non è una questione puramente visiva. L’emozione nasce nel momento in cui il bello diventa utile, quando la tecnologia consente di lavorare meglio.

Si tratta comunque di aspetti piuttosto soggettivi. Come fate ad analizzarli e a prevederne il successo?
È evidente che ciò che per noi è bello potrebbe essere considerato diversamente da altri, ma i riconoscimenti provenienti da società di terze parti ci confortano. Il difficile sta nel trovare la giusta combinazione fra meccanica, materiali e software. Dalla combinazione di questi tre elementi nasce quello che noi definiamo design industriale, capacità di creare nuovi e diversi modelli di utilizzo in grado di emozionare il consumatore.

In un mercato nel quale ogni mese arrivano nuovi player sconosciuti qual è il vantaggio di chiamarsi Acer?
Conta ancora molto, e non solo per il nome. Acer dispone di un canale molto esteso e di un servizio che raggiunge 160 Paesi nel mondo. Se un consumatore ha bisogno di assistenza in qualsiasi parte del Pianeta, noi ci siamo. Questo vale anche per l’italia, sede di uno dei migliori repair center del mondo e di un call center con personale locale qualificato. Crediamo che una migliore esperienza d’ acquisto passi anche dalla capacità di offrire un eccellente servizio pre e post vendita. Per qualcuno non è così importante, ma per noi lo è. 

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

I 10 migliori notebook del 2014

Belli, leggeri, con autonomie generose e prestazioni di livello. Per giocare, lavorare, divertirsi. Guida al portatile giusto per tutti i gusti e le tasche

Commenti