Seeing I
Mytech

L'uomo che vuole passare 28 giorni nella realtà virtuale

Mike Farid vivrà per un mese la vita di un'altra persona, indossando un paio di cuffie e un casco Oculus Rift, chiuso in una stanza

28 giorni senza poter uscire dalla propria stanza, 28 giorni senza poter nutrirsi e lavarsi in autonomia, e allo stesso tempo: 28 giorni immerso nella vita di un’altra persona. È il folle progetto su cui sta lavorando da un anno a questa parte il social-artista (la definizione è sua) Mark Farid, che ha deciso di provare a trascorrere quattro settimane, 24 ore su 24, indossando un casco per la realtà virtuale e un paio di cuffie noise-cancelling.

Il progetto si chiama Seeing I e, stando alla pagina di raccolta fondi su Kickstarter, prevede che Farid rimanga per tutto il tempo dell’esperimento in una stanza, mentre da un'altra parte, una persona a lui sconosciuta detterà i tempi e i contenuti delle sue giornate. Questa seconda persona, che Farid chiama “l'altro”, sarà dotato di un paio di occhiali speciali dotati di una telecamera che riprenderà in tempo reale la sua visuale e la trasferirà al casco Oculus Rift di Farid, corredata di una registrazione audio 3D dei suoni e dei rumori che questa persona sente durante la giornata.

Insomma, mentre l'altro vive la sua vita normalmente, Farid la fruisce. Quando l'altro dorme, lui dorme, quando mangia, lui mangia, rimane da capire come faranno a coordinarsi sui bisogni più strettamente fisologici. Naturalmente, ci sarà bisogno di uno staff che aiuti Farid a orientarsi in uno spazio fisico che non può per forza di cose percepire. Forse è per questo che il costo stimato dell’esperimento è di 150.000 dollari.

Il budget tiene anche conto di altri aspetti dell’esperimento. Mentre Farid vivrà la sua vita di seconda mano, un team di medici lo terrà sotto controllo per monitorare l’effetto che questa “esistenza simulata” ha sui parametri fisiologici del soggetto. Negli scorsi anni sono stati condotti esperimenti simili, durante i quali il soggetto dimostrava di non saper spesso distinguere tra realtà concreta e virtuale, lamentava inoltre nausea e problemi alla vista nei giorni successivi all’esperimento. Per ora, Farid si è sottoposto a un test preliminare di 24 ore che non sembra avergli causato troppe complicazioni.

Comunque sia, Farid ha già dichiarato che non vuole in alcun modo che questo esperimento comprometta la sua salute psico-fisica. In compenso, vuole che il suo momentaneo alter-ego sfrutti quei 28 giorni per fare di tutto, dal bungee jumping, al correre nei prati, al giocare una partita di calcio a uscire con la propria ragazza.

Quella che sembra in tutto e per tutto una fuga dalla realtà, o una forma piuttosto estrema di performance art, per Mark Farid è più che altro un esperimento sociale e psicologico volto a mettere alla prova il nostro concetto di identità e saggiare fino a che punto la componente simulata della nostra quotidianità (ad esempio i social network, i videogiochi immersivi e la comunicazione digitale) incida sulla nostra percezione del reale.

Voglio capire se quello che siamo è un’identità individuale, o se c’è invece una sorta di identità culturale che ci determinaspiega Farid “Sono cresciuto in città per tutta la mia vita. Perciò tutto quello che ho visto – i giardini urbani incasellati tra i palazzi, gli alberi piantati in posti specifici, il modo in cui il vento soffia lungo una strada... è tutto creato artificialmente. Ogni esperienza che abbiamo, è sintetica.

Naturalmente, Mike Farid ci tiene a specificare che il suo obiettivo è di tipo strettamente scientifico (e artistico), ma a giudicare dai discorsi che fa, vien da pensare che abbia letto troppi romanzi di Philip K. Dick, o ancora peggio, che abbia in mente di ricreare qualcosa di simile alla realtà alternativa dipinta in Ready Player One di Ernst Cline.

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